Il mio regno per un relè (vacanze 2019) – seconda parte (dai, è anche l’ultima)

(segue da qui)

Scendiamo dal castello, facciamo 3 chilometri e prima di essere fuori da Karlovac vedo la spia del regolatore di tensione che lampeggia furiosamente di un rosso acceso.
Subito dopo la moto si spegne come successo prima, senza alcun segno di vita.
Per fortuna siamo vicini all’ingresso di una stazione di servizio, tiro la frizione ed entro, fermandomi al coperto per ripararmi dalla pioggia.
Tolgo l’antipioggia, prendo le chiavi e apro il paracoppa.
E’ chiaro, a questo punto, che non è un problema del connettore.
Tocco il fusibile principale e sembra tornare un barlume di vita, anche se molto instabile.
Ipotizzo che le lamelle del portafusibile risentano un po’ degli anni, così recupero un fusibile nuovo, una bomboletta di sacro WD40 e provo a pulirle un po’ e ad avvicinarle per migliorare il contatto elettrico.
Pare funzionare, la moto è viva.
Ci rivestiamo e proseguiamo verso sud, ma è innegabile che adesso guidare non è più come prima.. l’occhio corre continuamente alla spia del regolatore per essere pronto ad agire nel caso si interrompesse l’alimentazione, guido sperando che la moto non si fermi in qualche posto sperduto.
L’ansia si insinua come un tarlo, e anche se con il passare dei chilometri si fa sentire un po’ meno rimane sempre lì ad impedirmi di godermi la strada.
Ci dirigiamo verso i laghi di Plitvice e all’altezza di Grabovac li dribbliamo allegramente (li abbiamo già visitati) girando verso Vaganac per poi andare alla base aerea di Željava.
Quando siamo praticamente arrivati ci troviamo a passare da un incrocio senza segnalazioni e rallentiamo per cercare di capire dove andare, quando un anziano signore che passeggiava in strada vedendoci arrivare alza il bastone e lo agita verso la giusta direzione, avendo già intuito cosa cercavamo.. 🙂
La macchina della polizia ferma in una piazzola d’asfalto ci fa capire che siamo arrivati, ed infatti avvistiamo in mezzo alle piante la famosa carcassa dell’aereo, ricoperta di adesivi lasciati dai motoviaggiatori e non solo.
Chiediamo agli agenti il permesso di visitarla, curiosiamo un po’ e facciamo qualche foto, riflettendo sul fatto che quello che stiamo osservando e il terreno su cui camminiamo sono le testimonianze di una tremenda guerra che solo vent’anni fa ha sconvolto questi splendidi luoghi, proprio accanto a casa nostra.

Per approfondimenti sulla base, oltre alla pagina di Wikipedia (in inglese), potete dare un’occhiata qui

http://guardoilmondodaunoblo.it/2016/08/19/la-base-militare-zeljava-nel-confine-croato-bosniaco/

Visto che il tempo sembra migliorare, prima di raggiungere Otocac ci concediamo una sostanziosa pausa pranzo in un posto ganzissimo, il Big Bear Plitvica Camping Resort (un campeggio con quasi 100 unità abitative, la possibilita di mettere le tende e un ottimo ristorante annesso, https://plitvice-resort.com/it/ ) e decidiamo di visitare i vecchi mulini alle sorgenti del fiume Gacka, un tempo utilizzati dagli abitanti per macinare il grano, far funzionare le segherie e le attrezzature per lavorare le stoffe.
Arriviamo ad Otocac nel primo pomeriggio e ne approfitto per fare un po’ di manutenzione alla moto.
Mentre controllo il livello dell’olio e ingrasso la catena, un bel gattone socializza con Teresa e se ne impadronisce. Teresa, a cui i gatti piacciono “con moderazione”, si innamora letteralmente del felino, che noncurante della sua diffidenza le sale in braccio e si accomoda ronfando come se nulla fosse.
La casa dove pernotteremo non è la più bella, ma è sicuramente la più caratteristica incontrata.
Probabilmente era l’abitazione dei genitori della signora che ci ha affittato l’appartamento, e dentro ci sono ancora i mobili e gli oggetti del tempo, compreso un minuscolo televisore a tubo catodico da 14 pollici..
L’accoglienza, però, è ai massimi livelli.
Ci fanno trovare il pane appena sfornato, i pomodori e l’uva raccolti nell’orto, i liquori fatti in casa, e del meraviglioso formaggio, sempre home-made.
Con queste premesse, di cenare in giro non se ne parla proprio.. usciamo a gironzolare per il paese, facciamo spesa, ci fermiamo in uno dei tantissimi bar (veramente una quantità spropositata per un posto così piccolo) a bere un paio di birre e ci cuciniamo una cena con i fiocchi.
Il mattino successivo troviamo ad accoglierci un bel sole e i pancakes preparati dalla signora, che ingurgitiamo (non tutti, erano veramente troppi) nonostante avessimo già fatto colazione.
La nostra destinazione è Sibenik, sulla costa, dove passeremo le ultime due notti prima di rientrare, e per arrivarci abbiamo adocchiato la strada che attraversa il parco Nazionale Velebit, la Velebit Road.
I primi 30 chilometri sono di asfalto (malmesso) e immersi nel verde, la seconda parte dovrebbero essere altrettanti chilometri ma di sterrato.
Visti i precedenti, per evitare di peggiorare la situazione della moto decidiamo a malincuore di evitare lo sterrato.
Saggia decisione, visto che non siamo ancora usciti da Otocac e la moto si spegne di nuovo.
Solita procedura, ma stavolta ci metto un po’ a trovare il punto in cui il contatto sembra stabile.
Metto degli spessori per limitare i movimenti del fusibile e ripartiamo, col sottoscritto incazzato come una biscia.
I chilometri da fare non sono molti, circa 260, ma non vorrei doverli fare a singhiozzo o, peggio, dover chiamare un carroattrezzi da qualche posto sperduto in mezzo alle montagne..
Mentre i chilometri scorrono, nonostante l’occhio cada inevitabilmente e inesorabilmente sulla spia del regolatore, mi tranquillizzo un poco e riesco a godermi un po’ i paesaggi, veramente belli.
Sibenik ci accoglie con il classico stile dei posti “vacanzieri”, ovvero un po’ tamarro.
Parcheggiamo la moto in un posto al coperto che “tranquillo, non la tocca nessuno, però la borsa dietro toglila che è pieno di ubriachi” e prendiamo possesso dell’appartamento, in pieno centro.
Usciamo ad esplorare la città, ma la prima impressione non è delle migliori.. troppo turistica, troppa gente e quella sensazione di “patinato” che ormai mal sopporto.
Visto che la visita al Krka park richiede parecchio tempo per essere fatta a dovere, il giorno successivo decidiamo di non usare la moto e optiamo per prendere delle mtb elettriche con cui gironzolare un po’.
Ne approfitto per andare nel paese vicino in un officina KTM per vedere se riescono a risolvere il problema (ovviamente no) e fare tappa al brico a recuperare un po’ di materiale per tentare un bypass nel caso in cui il relé di avviamento decidesse di abbandonarmi definitivamente.
Poi ci lanciamo nell’esplorazione della penisola antistante la città, fra sterrati e viste panoramiche mozzafiato. Non avevamo mai guidato una mountain bike a pedalata assistita, e devo ammettere che ci siamo divertiti come dei bimbi scemi 😀
Teresa addirittura andava più forte in bici che in moto.. ^_^
Alla fine mi riconcilio anche po’ con la spiacevole sensazione che mi aveva assalito appena arrivato, alla fine la città è bella, serve solo conoscerla un po’ meglio e prenderci le misure (e magari non arrivarci incazzati come vipere..).

Per l’ultima tappa, quella che ci porterà a Spalato per prendere il traghetto, avevo riservato pochi chilometri visti i problemi.
Ma quando partiamo la moto (che nessuno aveva toccato, per la cronaca) sembra andare bene e non manifesta incertezze con l’avanzare dei chilometri, quindi mi faccio coraggio e decido di allargare il percorso per andare a vedere la sorgente del fiume Cetina, detta anche “Occhio della terra”, una grotta carsica profonda circa cento metri da cui nasce il corso d’acqua che assume incredibili sfumature di blu e che vista dall’alto ricorda proprio un occhio. Un posto incredibile!
Per arrivarci attraversiamo l’entroterra della Dalmazia, quello meno battuto dalle rotte turistiche, aspro ma affascinante.
E per pranzo ci concediamo una pausa in una trattoria lungo la strada, di quelle col parcheggio per i camion, che non tradisce le aspettative 🙂
Un rapido passaggio a Trau, giusto il tempo di una birra per rinfrescarsi, poi filiamo dritti al porto di Spalato e ci mettiamo in coda per salire sul traghetto.
Mentre aspettiamo facciamo amicizia con gli altri 990-dotati, Filippo e la sua ragazza, e mentre racconto dettagliatamente le peripezie ci fanno salire.
Un pessimo presentimento mi assale, infatti imbocco la rampa e appena finiti i dossi e arrivato in cima la spia del regolatore inizia a lampeggiare e la moto muore di nuovo.
Poco male, la prendo con filosofia.. ormai sono sul traghetto, il grosso è fatto.
La parcheggio spingendola a mano e chiamo immediatamente il concessionario KTM ad Ancona, chiedendo se hanno disponibile il maledetto relé di avviamento.
Mi dice che non lo sa perché i computer del magazzino sono spenti ma che è vicinissimo al porto, di chiamarlo se non riesco ad andarci e che in qualche modo anche se non ha il ricambio disponibile mi sistema la moto.
Con l’animo sollevato passiamo la serata fra chiacchiere e birre, e la mattina dopo Filippo mi fa da supporto morale mentre cerco di far funzionare il maledetto relé per l’ultima volta.
Dopo una ventina di minuti riesco a far partire la moto, saluto i ragazzi e vado in concessionaria, percorrendo 3 chilometri carichi di ansia.
Un’ora e mezzo dopo con la moto sistemata imbocchiamo la via del rientro, via che ovviamente allungo percorrendo stradine MOLTO secondarie per godermi un po’ di chilometri senza pensieri.
Alla fine la 990, in qualche modo, ci ha riportato a casa. Ed è vero che gli inconvenienti fanno parte dell’avventura, che se tutto filasse sempre liscio ci sarebbe meno gusto, ma stavolta non era il momento, avevo bisogno di godermi la spensieratezza, il vento, i chilometri, i paesaggi, gli odori, i profumi, nient’altro.
Così, impulsivamente, il mattino successivo ho fatto una telefonata.
Ma questa è un’altra storia, l’inizio di un nuovo capitolo..

Il mio regno per un relè (vacanze 2019) – prima parte

Le cose non vanno mai come vorresti, di solito. E anche le tanto sospirate vacanze non hanno fatto eccezione. Ma andiamo per gradi..
Per vari motivi, fra cui anche il riuscire a maturare un po’ di giorni di ferie, abbiamo deciso di partire a Settembre. L’idea iniziale era quella di andare in Sicilia, e ci credevamo davvero.
Poi è arrivata l’ondata di caldo tremendo, che mi ha fatto soffrire le pene dell’inferno al lavoro per tutta l’estate costringendomi a riconsiderare seriamente la cosa.
Un matrimonio piazzato subito al primo giorno di ferie e un concorso che ci avrebbe costretto a rientrare prima del previsto hanno fatto definitivamente tramontare l’ipotesi “Sicilia”. Ci rivedremo poi, magari in un periodo con temperature meno drammatiche di quelle che avremmo trovato a inizio Settembre (e no, la teoria “c’è caldo ma è secco, non da fastidio” col sottoscritto non funziona. Soffro come una bestia comunque).
Visti i giorni ridotti rispetto al piano iniziale, abbiamo optato per un tranquillo giro in Slovenia e Croazia, che sono sempre un gran bel vedere.
Tranquillo “chissà poi perché”, mi verrebbe da commentare col senno di poi, ma ci arriveremo 🙂
La prima notte, complice la partenza “comoda” per il matrimonio della sera precedente, la passiamo a Chioggia, dove arriviamo tramite una breve escursione nel delta del Po e troppi rettilinei, almeno per i miei gusti. L’albergo non è proprio in centro, ci sono da fare un paio di chilometri a piedi, e il caldo mi fa invidiare un tizio che vedo passare con la e-bike.
E anche quello dietro. E quello dietro ancora. E cavolo, ma qui hanno venduto solo bici elettriche?
Non si trova un velocipede normale in giro.. 🙂
Gironzolare la sera, fra i canali, ha il suo perché, Chioggia è carina ed oltretutto è una buonissima base per visitare Venezia.
Ma non vedo l’ora di passare il confine 🙂
I problemi sono fondamentalmente tre: la strada per arrivarci è mediamente dritta, troppo trafficata e decisamente troppo calda.
Tocca patire, visto che non ci sono alternative..
Una volta arrivati a Gorizia risolviamo tutti i problemi sopraelencati. In primis quello del traffico, prendendo strade secondarie.
Che risolvono automaticamente anche la questione della strada dritta, e siamo a quota due problemi risolti.
Alla temperatura invece ci pensa Giove Pluvio, che si organizza per scaricarci addosso un paio d’ore di pioggia molto consistente prima di arrivare a Kranj.
La cittadina Slovena è una vera sorpresa, tanto che decidiamo quasi subito di fermarci una notte in più. Molto carina, curatissima, si respira una bella atmosfera.
Kranj è una sorta di penisola situata fra due fiumi, il Kokra da una parte e il Sava dall’altra, quindi immersa nel verde.
E’ possibile fare escursioni e passeggiate, gironzolare a caso per le vie del centro storico, ed osservare il perfetto equilibrio fra la tradizione, la storia e uno sguardo al futuro.
La cosa che ci ha stupito di più è stata la modernissima biblioteca, un edificio grande e luminosissimo disposto su tre piani, dove perdersi tra un’infinità di cd, libri, dvd, con moltissimi spazi adatti a fare da punto di ritrovo.
Nonostante le ridotti dimensioni della città, sono presenti un servizio di bike sharing ed un piccolo autobus elettrico completamente gratuito per spostarsi da una parte all’altra.
E, soprattutto, in nessun locale si sente la musica reggaeton che ci tormenta dall’inizio dell’estate.
Grande prova di civiltà.

https://www.visitkranj.com/it

Ripartiamo da Kranj con l’intenzione di seguire un percorso tortuoso che ci dovrebbe portare a Varaždin, in Croazia.
Tortuoso perchè per evitare le strade principali saliamo verso nord, passiamo da Logarska Dolina (con breve digressione nel parco, a pagamento, a causa di un errore di navigazione), entriamo in Austria e rientriamo in Slovenia a Lokovica, per poi proseguire in direzione Maribor.
Ma siccome i piani non vanno quasi mai come dovrebbero, a pochi chilometri da Maribor si presenta il primo inconveniente.
Facendo inversione in una stradina secondaria che risulta chiusa (le famose scorciatoie del Garmin), giro il manubrio e la moto si spegne senza corrente. Riporto il manubrio dritto e la corrente torna.
“Niente panico!”, sentenzio. “so esattamente qual è il problema, lo risolviamo!”, esclamo col mio innato ottimismo.
In effetti il problema è noto, e affligge quasi tutte le Adventure 950/990.
I cavetti che dal telaio vanno al blocchetto chiave, essendo un po’ “precisi”, col tempo si spezzano.
Ed ero realmente preparato a questa evenienza, avevo con me pure degli spezzoni di filo e dei tubicini già stagnati specifici per le giunte.
Peccato che il mio problema non era il cavo, ma una saldatura saltata nel blocchetto, decisamente non risolvibile a fine giornata e in mezzo alla strada.
Così, fra una bestemmia creativa e l’altra, decido di chiamare il carroattrezzi.
Nel frattempo riesco a recupare l’indirizzo di un’officina KTM dove portare la moto il giorno dopo.
Così, stipati in tre con caschi, giacche e borse nella cabina del furgone e la moto che ci guarda mestamente dal vetro posteriore ce ne andiamo all’autorimessa.
Europe Assistance ci dice che è compresa anche la notte in albergo, e la signorina al telefono mi chiede se deve occuparsi lei della prenotazione.
Le rispondo che è gentilissima e che sì, può occuparsene, basta che sia vicino al posto dove verrà portata la moto.
Finisce che la signorina gentilissima in pratica si accorda con l’officina e la notte, invece che in un hotel, la passiamo in una stanza di loro proprietà esattamente sopra all’officina stessa, persi da qualche parte in una zona industriale della periferia di Maribor.
In effetti siamo vicinissimi alla moto, però. Quando si dice l’efficienza..
Poco male, la stanza è pulita, la doccia è calda, chi se ne frega.
Usciamo in taxi per andare in centro a procacciarci il cibo (in zona non c’è assolutamente nulla) e ci prepariamo psicologicamente a risolvere il problema il giorno successivo.
Al mattino carichiamo di nuovo la moto e ci dirigiamo all’officina KTM.
Che non è esattamente quella che mi aspettavo (ma come vedremo, mai fermarsi alle apparenze).
In pratica scarichiamo la moto in un cortile circondato da un paio di abitazioni, un edificio con qualche saracinesca abbassata, un po’ di motorini ammucchiati e un pollaio.
Telefono al meccanico, che in realtà sembra molto competente e preparato.. dice subito che ha capito qual’è il problema, però arriverà solo alle 15. Non sono nemmeno le 10 di mattina.
Tocca lasciare la moto e trovare un modo per passare il tempo.
Abbiamo i vestiti da moto, gli stivali e la borsa da serbatoio appresso. E fa caldo.
Di andare in città non se ne parla.
Così ci smazziamo QUASI CINQUE FOTTUTISSIME ORE di centro commerciale. Giornatona..
Sequestriamo un taxista, alle 15 in punto torniamo all’officina e troviamo il meccanico Simon che pur non avendo la chiave della moto stava già iniziando a smontarla. Grande!
Scopro che la saracinesca in mezzo ai motorini era quella della piccola officina (e quando dico piccola intendo che per farci entrare la moto ho dovuto smontare le valigie) e che nonostante le dimensioni è completa di tutto, pure di qualche accessorio in vendita. Ed è ufficiale KTM, con tanto di computer per la diagnostica.
In meno di un’ora, chiacchiere incluse, il problema è risolto e dopo aver pagato una cifra irrisoria ripartiamo sorridenti, in direzione Varaždin, cercando di fare il giro largo e passare dalla strada dei vigneti per goderci curve e paesaggi.
Certo, come no.
Dopo trenta chilometri, in mezzo ad un verdissimo paesaggio bucolico e in piena accelerazione la moto si ammutolisce completamente con la lancetta del contagiri bloccata sui 5000.
Non c’è corrente. Zero.
Tiro la frizione, accosto in un campo e penso che una cosa del genere può derivare da poche cose.
Controllo la batteria, i morsetti della batteria, il fusibile principale.
Appena tocco il connettore che va al portafusibile, la corrente ricompare. Magia!
Il giorno prima avevo staccato un po’ di connettori, penso “evidentemente l’avevo reinserito male”.
Chiudo il paracoppa e ripartiamo tranquilli.
-(illusi)-
Arriviamo a Varaždin abbastanza cotti, perdiamo mezz’ora abbondante per capire dov’è esattamente e come entrare nel palazzo dove si trova il nostro appartamento, e usciamo tardissimo ignorando la moltitudine di bar pieni di gente che si trova sotto il nostro palazzo per puntare dritti verso un posto dove cenare..
Ci rifocilliamo a dovere, andiamo a vedere il castello, gironzoliamo un po’ per il centro e abdichiamo. E’ stata una lunga giornata..
Il mattino seguente ci dirigiamo verso Karlovac, cittadina ricca di storia e molto segnata dal conflitto del 1992, i cui segni permangono tuttora ben visibili nel suo centro storico rinascimentale caratterizzato dalla forma di una stella a sei punte (e da innumerevoli cantieri).
Apprendiamo con mestizia di essere in “leggero” ritardo per il festival della birra, della durata di dieci giorni, che si tiene nella cittadina tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, facciamo un po’ di shopping (devo sostituire le mie gloriose Teva, decennali compagne di quasi tutti i viaggi in moto estivi) e decidiamo di fare spesa per cenare in tutta comodità nell’appartamento che ci ospita, senza dubbio il più bello incontrato nella nostra vacanza 🙂

Al risveglio troviamo ad accoglierci un cielo plumbeo e una pioggerella fine.
Per fortuna abbiamo la moto al coperto, così ci possiamo vestire con calma e partire per fare tappa subito fuori città al Castello di Dubovac, una fortezza medievale che sovrasta la città dalla cima di una collina da cui si può godere di un suggestivo panorama, dicono.
Ovviamente noi possiamo solo immaginarlo per via della nebbia.
Vabbè, ci abbiamo provato.
Ripartiamo in direzione sud, il programma prevede di scendere verso i laghi di Plitvice, andare alla base aerea di Zeljiava e da lì dirigerci ad Otocac, posto scelto più o meno a caso sulla cartina, dove passeremo la notte.
Ma chiaramente la carta pescata dal mazzo degli imprevisti è sempre lì in agguato..

(continua)
Mentre aspettate che scriva il resto, potete guardare le foto.. 🙂
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Sardegna: la rivincita :)

Inutile girarci intorno, con la Sardegna era rimasto un conto in sospeso.
Lo scorso anno, quando siamo arrivati al casello di Livorno per andare a prendere il traghetto la moto ci ha giocato un brutto scherzo, perdendo la folle e la prima marcia, giusto un paio d’ore prima della partenza.
Partenza che, alla fine e giocoforza, abbiamo dovuto posticipare al giorno successivo, ma in macchina.
Certo, la vacanza l’abbiamo fatta lo stesso, ma ogni volta che c’era da spostarsi entravo in modalità “Germano Mosconi” (se non sapete chi è cercatelo su youtube, ma tenetevi alla larga se siete ferventi cattolici) e da buon toscanaccio proferivo bestemmie tonanti, al ritmo di un paio ogni tre curve. Circa.
Alla fine il danno alla moto si è rivelato una cavolata, ma ormai la frittata era fatta.
Per tutta la vacanza mi sono sentito come se mancasse un pezzo di me. Essere lì, in mezzo a quelle curve, a quei panorami, in macchina, mi faceva sentire in gabbia.
Questa “ferita” andava sanata prima possibile.
L’occasione si è presentata quando, guardando il calendario, mi sono reso conto che con 3 giorni di ferie sarei riuscito ad attaccare insieme il 25 Aprile e il primo Maggio.
E così siamo riusciti a goderci, finalmente, un migliaio di chilometri di meravigliose strade, di gran curve, di “scorciatoie creative”, di paesaggi mozzafiato e di tutto quello che la splendida isola può offrire.
La sera del 25 ci siamo goduti la bellissima atmosfera del Bosa Beer Fest, che per tre giorni ha “invaso” le due sponde del fiume Temo con decine di birre sarde e non (quest’anno c’erano 21 birrifici, compreso uno spagnolo!), il migliore street food della sardegna, tanta allegria e tanta musica.
Il 26 ci siamo spostati poco lontano, a Fordongianus, noto per le antiche terme romane situate sulla sponda sinistra del Tirso, dove è possibile trovare anche le sorgenti di acqua calda che si immettono nel fiume. L’acqua in questione sgorga alla temperatura costante di 56 gradi centigradi per tutto l’anno. Fidatevi, la temperatura citata è reale, e immergere il piede (come ho fatto io, ndr) in una delle pozze colme d’acqua appena sgorgata non è per niente una buona idea 🙂
Meglio trovare un punto più fresco, dove la sorgente si mescola al fiume, o approfittare delle terme 🙂
Il paese è conosciuto anche per le cave di trachite (rossa, verde e grigia), una roccia di origine vulcanica molto usata per le costruzioni (ha un ottima resistenza meccanica e una notevole durezza, pur mantenendo una buona lavorabilità).
La trachite viene utilizzata anche per scolpire le statue (alcune visibili in giro per il paese) che vengono realizzate durante il simposio internazionale di scultura su pietra, che da quasi trent’anni si svolge nel paese.
Tappa successiva, dopo aver tentato (quel giorno c’erano solo visite su appuntamento) di visitare il nuraghe Nuraddeo, uno dei meglio conservati della Sardegna, Ulassai.
Situato nel cuore dell’Ogliastra, è circondato dai caratteristici massicci rocciosi di origine calcarea denominati “tacchi”.
Qui è nata e vissuta l’artista Maria Lai, le cui opere si possono ammirare sia in giro nelle strade che alla “Stazione dell’arte”.
Nei dintorni di Ulassai ci sono un sacco di cose da vedere, noi abbiamo visitato la maestosa grotta di Su Marmuri, fatto un bel po’ di passaggi nei bei tornanti che conducono a Jerzu (paese ricco di vigneti e conosciuto per la produzione del Vino Cannonau), visto da vicino il paese abbandonato di Gairo Vecchia e tentato di vedere le cascate di Lequarci.
Perché “tentato”?
Perché come recita wikipedia “Sono osservabili solo durante periodi di alta piovosità”, e di acqua in quella zona ne era caduta ben poca, purtroppo.
Siccome siamo persone sensibili e ci siamo rimasti malissimo, abbiamo pensato bene di consolarci, a cena, con della carne magnifica acquistata dal simpatico titolare della macelleria Barigau, se andate da quelle parti segnatevi il nome, e se non lo trovate in negozio affacciatevi sulla strada sottostante, probabilmente è lì a chiacchierare con gli amici 🙂
La tappa successiva è stata Tempio Pausania, la “città di pietra”, così soprannominata per il suo centro storico fatto di edifici e pavimentazioni in granito.
Purtroppo l’installazione di vele colorate ideata da Renzo Piano per abbellire piazza Faber era in manutenzione, però prima di ripartire il mattino successivo siamo riusciti a visitare (allo Spazio Faber) una bella mostra fotografica con foto inedite di De André scattate dagli abitanti di Tempio, una mostra permanente di 16 pannelli con immagini che raffigurano la vita del cantautore in Sardegna.
E ci siamo concessi una visita alla minuscola chiesetta di campagna, qualche chilometro dopo la tenuta dell’Agnata, dove Fabrizio e Dori Ghezzi battezzarono la figlia, Luvi.
Ultima tappa del soggiorno in terra sarda, San Pantaleo, raggiunto dopo aver fatto una deviazione (molto creativa, sterrato compreso) verso la costa per vedere la roccia dell’elefante (pare strano, ma nonostante i tanti viaggi in Sardegna ancora non ero passato da lì) e pranzare sul mare a Castelsardo, grazie al salame, al formaggio e al pane regalati dalla gentilissima signora del B&B dove avevamo dormito a Tempio Pausania 🙂
San Pantaleo, una piccola perla incastonata tra i picchi di granito e la modaiola Costa Smeralda, un piccolo borgo di case basse, piccole botteghe artigianali e atelier artistici, in equilibrio fra relax e bella vita in fuga dalla costa che affolla la piazzetta (circondata da  locali dai prezzi piuttosto salati) per l’aperitivo e la cena.
Rientriamo in continente sereni e leggeri, consapevoli che il conto con l’isola è finalmente pareggiato.
Torneremo ancora, e ancora, a scoprire altri mille angoli di questa terra meravigliosa, ogni volta sempre nuova.
E quel vecchio conto in sospeso resterà un ricordo su cui ridere davanti ad una birra 🙂

Qui trovate le foto, nell’immagine sotto il percorso 🙂
Questo è il sito del Bosa Beer Fest, tanto per invogliarvi ad andarci 🙂
Più in basso, il lurido bastardo piccolo perno responsabile del problema al cambio..

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Lurido, piccolo perno infame..

“Testardo” (ovvero storie di valigie addomesticate)

Come raccontavo in questo post, in seguito ad un piccolo incidente ho dovuto ricomprare le mie amate valigie di alluminio.
Un po’ per risparmiare, un po’ perché volevo provare qualcosa di nuovo, ho pensato di restare “in Italia” ed acquistare una coppia di valigie Kappa K-Venture da 37 litri per montarle sul classico telaietto tipo Givi “PL”, quello in uso da anni per le valigie in plastica.
Il problema è che non tutto è andato precisamente nel verso giusto.
Premessa: le valigie in se sembrano veramente di ottima fattura, robuste, ben rifinite, dotate di ganci per la rete portaoggetti nella parte inferiore dei coperchi e con i coperchi stessi staccabili completamente all’occorrenza.
Dal punto di vista costruttivo direi che si sono rivelate decisamente all’altezza, se non migliori, di altri marchi ben più blasonati.
Il problema è arrivato quando le ho piazzate sulla moto.
La posizione sull’Adventure è risultata completamente sbagliata.
Mi sono trovato con le valigie collocate in posizione molto avanzata e a ridosso della pedana passeggero, con pochissimo spazio per le gambe dello stesso, e tanto (troppo) inclinate in avanti.
Belle da vedere, molto aggressive, ma con un piccolissimo effetto collaterale: per via dell’eccessiva inclinazione lo spigolo posteriore delle borse eccede il livello del portapacchi, rendendo completamente impossibile l’utilizzo di una sacca a rotolo di grosse dimensioni (come quella che uso di solito per l’equipaggiamento da camping, 50 o 60 litri) collocata sul portapacchi.
E non si tratta di pochi centimetri, recuperabili con degli spessori: i centimetri di dislivello alla fine del montaggio sono ben sette!
La foto rende piuttosto bene l’idea.

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“dai, sempre a lamentarti.. se la borsa la metti in verticale alla fine ci sta!”

I nuovi telaietti a sgancio rapido forse non avrebbero presentato il problema, ma ovviamente non vengono prodotti per la Adventure 950/990.
Il surreale dialogo avuto con lo staff Kappa sulla pagina Facebook (che potete ammirare negli screenshot sotto) non ha dato alcun esito (se non quello di tenermi alla larga dai loro prodotti per i prossimi acquisti, con tutta probabilità).

Ma siccome “io sò testardo”, come recitava nel lontano 2000 un ispiratissimo Daniele Silvestri, mi sono deciso a sistemare la cosa.
Fedele al motto “chi fa da sé fa per tre”, ho inziato a pensare a come modificare i telaietti.
Dopo aver formulato varie ipotesi e razionalizzato il fatto che l’impresa si presentava disperata, almeno con metodi e attrezzature “cantinare”, ha inziato a balenarmi in testa la malsana idea di resuscitare, sistemare ed adattare allo scopo i cari vecchi telai della SW-Motech.
Peccato che uno di questi fosse uscito decisamente maluccio dall’incidente e che , in aggiunta, l’adattatore fornito con le valigie per usare i telaietti givi tipo PL non fosse  comunque utilizzabile senza modifiche (l’adattatore in questione funziona per tutte le valigie Givi/kappa con attacco monokey tranne queste e le Givi Trekker Dolomiti, per la cronaca).
Ma siccome non sono un tipo che si arrende facilmente, ho deciso di provarci comunque.
La modifica che avevo in mente era abbastanza invasiva, ma essendo i telaietti destinati alla discarica, non mi son fatto troppi problemi.
Tanto per cominciare ho raddrizzato e fatto combaciare di nuovo tutti gli attacchi rapidi con le predisposizioni da montare sulla moto (ovvero le staffe sulle pedane passeggero, sui fianchetti, sotto al portapacchi e il passante dietro alla targa), operazione compiuta con sapienti colpi di mazzetta, la presa delicata di una morsa e la precisione di un giratubi più simile ad un’arma che ad uno strumento di lavoro..
Una volta rimesso il tutto in posizione (si, insomma, più o meno), ho risaldato tutto quello che si era strappato o crepato in seguito all’urto. Sono un pessimo saldatore, quindi l’operazione ha richiesto tanta pazienza e svariate bestemmie, ma alla fine in qualche modo ce l’ho fatta. Risultato non perfetto dal punto di vista estetico, ma perfettamente funzionale, quindi missione compiuta.
Almeno la parte facile.
La parte difficile è arrivata quando è giunto il momento di far stare le valigie attaccate  ai telai.
La piastra adattatrice andava spostata leggermente in alto, e fin qui nessun problema particolare, solo due fori da fare esattamente sopra a quelli predisposti sui telai (che, ricordo, possono ospitare valigie di varie marche tramite piccoli adattatori) per le Givi.
Ma la piastrina in questione ha bisogno di spazio vuoto nella parte posteriore, per fare spazio alle sedi per le viti dello sgancio rapido.
Ci ho riflettuto un po’, dopodiché ho preso la decisione drastica, ovvero una fresa da 25mm per praticare due asole in corrispondenza delle suddette sedi.
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Pochi minuti di paura, ma alla fine il test è andato benissimo: la valigia montava perfettamente! (la folla rumoreggia stupita). 😀

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Sicuramente la struttura si è leggermente indebolita, ma quella piastrina comunque serve solo per tenere la borsa in posizione (il peso è scaricato sui perni e sulla barra nella parte inferiore), e comunque mi sono ripromesso di rinforzarla saldando una piccola traversina dalla parte opposta.
Una verniciata per rendere di nuovo presentabili i telai, et voila.
Finalmente le valigie sono tornate in una posizione normale, ed in più ho di nuovo i telaietti smontabili da poter rimuovere quando non servono.

E’ stata dura, ma alla fine ho vinto io.
Per l’appunto, “so’ testardo”.. 🙂
Ah, la canzone è questa 😉

“the good, the bad and the ugly”

Il titolo western è da intendersi ovviamente in senso metaforico (tranne per quanto riguarda l’ “ugly”, quello sono io ^_^ ).
“the good, the bad”, il buono e il “cattivo”, simboleggiano le cose successe in questo periodo di pigrizia che mi ha tenuto lontano dalla tastiera per un po’.
Da dove cominciamo?
Beh, dalle buone, ovviamente, “the good”.
Dall’ultima volta che ho scritto ci son state diversi eventi di cui parlare (ve li racconto brevemente, sennò vi annoio e facciamo giorno, come si suol dire), li elenco in ordine sparso:

-Inaugurazione del monumento a Fabrizio Meoni
-Gita all’isola del Giglio
-Raduno LC8.org sulle Dolomiti
-Traveller’s Camp

 

-Inaugurazione del monumento a Fabrizio Meoni

Fabrizio Meoni ha lasciato un grande vuoto nel cuore degli appassionati quel maledetto giorno nel deserto della Mauritania.
Era un personaggio molto amato, non solo per le sue gesta sportive, ma anche e soprattutto per il suo modo di essere, schietto e caparbio ma con un cuore enorme.
Quel cuore che l’ha spinto a piangere, sul podio della Dakar, guardando i bambini sporchi e malnutriti sotto al palco.
Quel cuore che l’ha portato, prima della sua scomparsa, a costruire qualcosa per quei bambini e per la terra che amava.

“…L’Africa mi ha dato tanto, è giusto che io restituisca qualcosa all’Africa per aiutare i più deboli”, disse.

La fondazione che prosegue la sua opera (e porta il suo nome) ha realizzato, fra le altre cose, tre scuole a Dakar.

A 12 anni dalla sua scomparsa, il comune della sua città ha voluto rendergli omaggio con una statua realizzata da Lucio Minigrilli, la cui gestazione è durata due anni, che lo ritrae mentre affronta una duna in sella alla sua KTM.
Tantissima gente è accorsa il 14 maggio a Castiglion Fiorentino, a testimonianza di un affetto rimasto immutato negli anni, e il rombo delle moto al limitatore mentre la statua veniva scoperta è stata la colonna sonora di un momento veramente emozionante.
Così come per me ad alcuni amici è stata emozionante anche la giornata precedente all’inaugurazione.. abbiamo pranzato e passato il pomeriggio con gli amici di Fabrizio che ci hanno raccontato aneddoti e pezzi di vita, quelli che non leggi sui giornali e che ti fanno capire ancora meglio che gran persona fosse il “Cinghiale”. E che dopo ci hanno accompagnato al cippo a lui dedicato collocato vicino al Passo della Foce, in mezzo ai sentieri dove si allenava.

L’articolo della Gazzetta

Il sito della Fondazione Fabrizio Meoni 

La pagina Facebook del Motoclub Fabrizio Meoni


-Gita all’isola del Giglio

Visto che quest’anno il primo Maggio cadeva di lunedì, abbiamo colto l’occasione per prendere le moto e fare una gitarella all’Isola del Giglio, a qualche anno dal fattaccio della Costa Crociere.
Non eravamo mai stati sull’isoletta, e c’è da dire che forse ha poco senso andarci in moto (ci sono pochissimi chilometri di strade) se non per la facilità di spostamento (e il prezzo del traghetto più basso rispetto all’auto)..
Non c’eravamo mai stati, e abbiamo colmato la nostra lacuna con grande piacere.
Soprattutto fuori stagione l’Isola del Giglio è carinissima, se vi piace camminare a piedi ci sono molti sentieri, il mare ovviamente è bellissimo, e si mangia bene.
Noi alloggiavamo in un piccolo appartamento a Giglio Castello, proprio nel cuore del borgo, un paese da visitare gironzolando senza meta nelle stradine, in mezzo alle case di pietra, godendo degli scorci suggestivi che appaiono all’improvviso..
Molto piacevole è stato anche il particolare aperitivo in cui siamo stati coinvolti dalla titolare del negozio di alimentari dove stavamo facendo la spesa..
Un aperitivo in vigna, con un panorama splendido e un vino notevole (l’Ansonaco) prodotto proprio da quei filari, che ci ha dato l’occasione di una piacevole chiacchierata a proposito delle difficoltà di vivere lì, di coltivare, di crescere i figli, e di come nonostante tutto quelle persone amino e siano affezionate alla loro terra.

Qui trovate qualche foto 🙂

 

-Traveller’s Camp

Evento molto particolare, giunto alla sua quarta edizione, che vuole rappresentare un punto di incontro per motoviaggiatori, un meeting in cui ognuno porta un po’ della sua esperienza, dove ci si scambiano idee, opinioni, proposte, racconti, o semplicemente si fanno quattro chiacchiere con vecchi e nuovi amici.
Quest’anno (il primo, per me) si è svolto al villaggio ecologico di Granara, vicino a Valmozzola, in provincia di Parma.
Una situazione molto “easy”, con toilette ecologiche, docce quasi all’aperto (con acqua riscaldata dal sole, e in quei giorni ce n’era tanto), e le tende montate liberamente in un campo.
A rendere surreale la location, un.. tendone da circo.
Esatto, un tendone vero e proprio, dove si sono svolti gli incontri con i motoviaggiatori scelti per raccontare le loro storie.
Vi metto il link con l’articolo di Totò le Motò sul sito di Motoadventure, visto che non saprei raccontarvelo meglio 🙂

-Raduno LC8.org sulle Dolomiti

Anche quest’anno il raduno del forum è andato alla grande.
3 giorni nella splendida cornice delle Dolomiti, con base a San Martino di Castrozza all’Hotel “La Montanara”, coccolati dall’albergatore-motociclista che oltre ad accompagnarci durante il giro, ci ha fatto trovare pure la carta igienica “Orange” ^_^
Ottimo cibo, belle curve, vecchi amici, nuove conoscenze, birra, risate, cazzeggio. Menu completo, direi 🙂
La possibilità di partire con un giorno di anticipo ci ha dato la possibilità di goderci il raduno al meglio, ed anche di fare una salitina a cima Rosetta ed ammirare le Dolomiti “da sopra”, invece che dal basso 🙂
Peccato per il ricordino di 137 euro recapitato a mezzo raccomandata in busta verde, ma son cose che capitano.. 🙂

Questo è il video del raduno..
https://youtu.be/ZvP-gCSlFHw

Il sito dell’ Hotel
http://www.hotelmontanara.it/
…the bad..

Per quanto riguarda le cose meno belle, purtroppo devo raccontare anche di un incidente che ci ha coinvolto al ritorno dall’inaugurazione della Statua a Fabrizio Meoni.
La dinamica, purtroppo, sempre la stessa di tanti altri, ovvero una strada laterale che si immette sulla provinciale, un’auto ferma allo stop, io che faccio i fari, suono il clacson, rallento, inizio a spostarmi al centro della carreggiata, l’automobilista alla guida che oltre a non sentirmi non si degna minimamente di guardare dalla mia parte e scatta dallo stop mentre sono praticamente davanti al suo cofano.
C’è mancato un pelo, eravamo quasi salvi, ma purtroppo l’auto mi ha colpito nello spigolo valigia destra.. ho cercato inutilmente di tenere la moto in piedi, ma la conseguenza del controsterzo è stato un piccolo high-side che ci ha sbattuto a terra.
La zavorrina ha preso una bella botta alla schiena, ed è stato necessario un controllino in ospedale mentre io sbrigavo le pratiche “burocratiche”..
Alla fine ce la siamo cavata con poco.. un po’ di dolori sparsi, un gran bello spavento per la povera passeggera, un po’ di vestiario e ferramenta da ricomprare (e per quanto riguarda le valigie poi aprirò un capitolo a parte), ma la povera moto da gran guerriera si è comunque rialzata ancora una volta e mi ha riportato a casa.
Alla fine, anche se sembra una frase fatta, è andata decisamente bene.

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Il verde, il Verdon e la gondola…

Da qualche tempo non macinavo un numero ragionevole di chilometri, complice anche la pausa più o meno forzata dopo la scivolata.
E io, se sto troppo tempo senza andare seriamente in moto, divento una brutta persona, lo sanno tutti.. 😉
La ricetta per evitarlo è semplice: prendi il primo weekend lungo disponibile (ovvero quello di Pasqua), cerchi una meta che consenta un rientro “in giornata” (che la mattina poi c’è da lavorare), aggiungi un amico che non vedi da tanto (troppo) tempo, et voila, problema risolto 🙂
La meta scelta sono state le classiche (ma sempre meravigliose) Gole del Verdon, perfetto connubio fra una natura spettacolare e delle strade da piega niente male.
Ovviamente, come spesso succede quando pianifichi accuratamente qualcosa, gli imprevisti son sempre dietro l’angolo. E nel mio caso ce n’erano erano addirittura due ad aspettarmi.
Il primo si è manifestato all’andata, sul Colle della Maddalena, dove la frizione per poco non mi ha abbandonato.
Piccolo excursus: quando sono scivolato a febbraio ho preso una botta sul comando frizione, come testimonia la grattata sulla leva. Avevo notato una perdita di liquido sospetta, ma una volta pulito il tutto, girandoci non avevo notato altre fuoriuscite, quindi non mi sono preoccupato di comprare il kit per rigenerare la pompa.
Grave, gravissimo errore.
Salendo verso la Maddalena, ad un certo punto ho notato che la frizione staccava in modo strano e aveva un po’ di corsa a vuoto. Quando mi son fermato per controllare, mi sono accorto del disastro.. carena e paramano cosparsi di liquido fuoriuscito dalla pompa.
“Poco male”, ho pensato.. “alla fine non è un problema grave, non rimango a piedi”.
E poi “io guido sopra ai problemi” (cit.)
Così ho limitato al minimo l’uso della frizione, riservandola per le reali necessità, percorrendo inizialmente metà dei tornanti in terza (e dicono che l’LC8 è scorbutico :p ), poi guidando direttamente senza frizione (anche in scalata) per una trentina di chilometri, ovvero fino al primo paese ragionevolmente abitato, dove mi son precipitato dal benzinaio a comprare una boccia di liquido LHM (quello per le sospensioni delle Citroen).

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“perfetto, è di quello buono!”

Rabboccato la vaschetta della frizione (ormai quasi vuota) col prezioso liquido verde Kriptonite, son ripartito, era rimasta un po’ d’aria nel circuito ma funzionava, quindi non mi son preoccupato di spurgare.
La pompa ha continuato a perdere ma poco, consentendomi di rientrare senza aggiungere altra brodaglia.
Problema risolto brillantemente.
In compenso adesso ho una scorta di liquido LHM sufficiente per il prossimo lustro, visto che la boccia acquistata era da un litro..
Ah, se vi succedesse, potete buttare nella vaschetta della pompa frizione praticamente tutto, anche olio motore di bassa qualità, purché minerale. NON metteteci l’olio dei  freni, rovinereste tutti gli o-ring.
Ad ogni modo, tutto è proseguito meravigliosamente fino alla mattina della partenza, quando mi sono accorto di una piccola goccia sotto al forcellone, in corrispondenza del mono.
Ispezionando, ho constatato che si trattava effettivamente di una perdita d’olio (le altre ipotesi, che andavano dalla pipì di qualche animale a un eccesso di guazza mattutina appozzata nella cavità del forcellone, effettivamente erano un po’ improbabili)
Il mono era stato completamente revisionato un mese prima, ma purtroppo la tenuta aveva ceduto e stava trafilando dallo stelo.
Pazienza, son partito e via.
Per un po’ non ho avvertito differenze significative alla guida, e mi son pure divertito, poi ad un certo punto mi son fermato per fare una foto e quando ho tolto la moto dal cavalletto ho sentito un “TOC” al momento dell’estensione dell’ammortizzatore, rimasto ormai con poco olio.
Per farla breve, ho fatto gli ultimi 300 chilometri con il mono completamente senza freno idraulico in estensione. Senza idraulica, l’ammortizzatore risale dalla compressione usando solo la molla, sparando in su il culo della moto (e il sovrastante pilota) piuttosto velocemente ad ogni avvallamento. In pratica, sembra di essere in gondola.
Per limitare il problema almeno in autostrada e rientrare a una velocità decente, ho precaricato assai la molla (limitando l’affondamento), ottenendo una moto “quasi” guidabile almeno fino ai 130, anche se in curva sembrava di avere le gomme sgonfie.
Arrivare a casa è stata una liberazione, devo ammetterlo 🙂
Inutile dire che appena arrivato, subito dopo la doccia ho smontato il mono, portato dal meccanico il giorno dopo..

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Testimonianza di un disagio. Grosso.

E il grande Claudio di CZ corse mi ha rimandato a casa il martedì sera stesso col mono revisionato di nuovo, al momento, dopo aver recuperato la tenuta in uno scatolone.. grandissimo davvero!
In pratica sono rientrato lunedì sera con la moto che gocciolava da tutte le parti e mercoledì sera era già in perfetta forma (il concessionario aveva disponibile il kit per la pompa frizione).. quando si dice l’efficienza 🙂
Per il resto.. un bel weekend di pieghe, tante chiacchiere, cazzeggio, cibo e relax, in cui la preoccupazione più grande è stata riuscire ad assaggiare l’Amandine (un liquore alle mandorle tipico dell’alta provenza) e portarne a casa una bottiglia  🙂

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Adattarsi allo stile di vita locale sorseggiando Pastis 🙂

Le foto le trovate qui 🙂

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Il giro completo, circa 1350km 🙂

“Shit happens”, a volte.. :)

Dunque, dov’eravamo rimasti?
Ah si.. ai lavoretti vari fatti sulla moto.
Magari qualcuno di voi si starà chiedendo “si, ma alla fine la moto come va con le sospensioni rifatte e tutto il resto?”.
Beh, la risposta posso darvela adesso, visto che finalmente sono riuscito a fare un po’ di chilometri (solo asfalto) e qualche curva come dico io.
La risposta è “decisamente molto, molto bene”. 🙂
Considerando che prima dell’intervento avevo mono e forcella tarati su “sport”, adesso mi trovo molto bene col settaggio “standard”, il che lascia capire abbastanza bene la differenza.
Da quel settaggio ho solamente variato il freno in estensione della forcella, chiudendolo di un click, perché a mio parere risaliva troppo velocemente.
Per il resto.. la frizione friziona, il freno frena.. tutto nella norma insomma 🙂

Purtroppo non sono riuscito a fare molti chilometri perché nella prima uscita, a febbraio, ho avuto un piccolo inconveniente che mi ha tenuto fermo per un mesetto.
Ve la faccio breve: io e la zavorrina stavamo rientrando da un bel weekend in Lunigiana quando, uscendo da un paesino della Garfagnana, la macchina davanti a noi ha letteralmente inchiodato in mezzo ad una “S” sinistra-destra a causa di un’auto che stava arrivando completamente contromano.
Appena mi sono accorto che l’auto si era fermata ho sfiorato il freno mentre eravamo ancora piegati e (grazie al famigerato asfalto della Garfagnana) ci siamo ritrovati a strisciare sull’asfalto.
Eravamo distanti dall’auto che ci precedeva e andavamo veramente piano, più o meno 50 all’ora, quindi fortunatamente non abbiamo sbattuto da nessuna parte.
Io me la sono cavata con una bella botta al gomito e una costola incrinata, la zavorrina con un po’ di dolore al braccio, la moto con una freccia rotta, qualche graffio, la valigia bozzata e il cupolino rovinato.
L’auto che saliva contromano, ovviamente, ha pensato bene di non fermarsi e continuare per la sua strada, ma forse è stato meglio così (per il conducente, intendo).
Chiaramente io indossavo una giacca fighissima, nuovissima (era la seconda “uscita”), bellissima, che ha fatto egregiamente il suo dovere ma che adesso dovrei buttare (ma su questo apriremo un’altra parentesi).
Ad ogni modo, la moto è stata rimessa in forma smagliante dopo pochi giorni.
Il paramano sinistro era conciato male, così ho riesumato dallo scatolone gli originali e li ho sostituiti.
Sulla carena ho lisciato un po’ i graffi e applicato del vinile adesivo nero (già presente anche prima), ottenendo un buon risultato con pochissima spesa.
La valigia, come al solito, è stata sistemata con l’ausilio di un martello in gomma e un po’ di pazienza.
La freccia l’ho dovuta comprare, quella si.
Il lavoro più grosso è stato quello per sistemare il cupolino, che all’epoca avevo scelto di comprare in vetroresina (anziché in carbonio) proprio per la facilità di riparazione.
Ho applicato dello stucco per vetroresina dove c’erano le crepe, carteggiandolo una volta secco, e nel punto dove il cupolino era stato “mangiato” dal contatto con l’asfalto (lo spigolo destro) l’ho ricostruito usando un kit vetroresina.
In pratica ho fatto tre piccole pezze di tessuto, l’ho applicato nell’angolo “mancante” eccedendo la sagoma per poi ritagliare il tutto con precisione una volta indurito, usando il dremel.
Infine ho carteggiato e verniciato (4 mani) usando della vernice nero opaco.
Assalito dalla pigrizia, quando è arrivato il momento di rifare gli adesivi ho adottato una soluzione molto “minimal”, che alla fine (pur essendo nata come provvisoria) non mi dispiace affatto 🙂

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Il risultato finale, con la grafica “minimal”. Si vede anche la barra a led, piccola ma efficace 🙂

Visto che ho dovuto smontare il cupolino, ne ho approfittato anche per aggiornare il reparto luci, sostituendo i 4 led usati per la marcia diurna con una barra da 12cm *molto* luminosa, installata su un supporto disegnato per l’occasione e stampato in ABS. 🙂

Parentesi giacca.
Il capo in questione era una bellissima Spidi 4 Season H2OUT, acquistata dopo innumerevoli prove e valutazioni per le sue caratteristiche.
Un capo davvero 4 stagioni, con all’interno un piumino (da usare anche come capo a parte), la membrana impermeabile (utilizzabile anche assieme al piumino), e delle prese d’aria enormi sparse per tutta la giacca, in modo da poterla usare d’estate come fosse una traforata.
Vestibilità perfetta, ottimi materiali, un paio di difettucci, ma ne ero contentissimo.
Ovviamente nella caduta ha fatto egregiamente la sua parte, evitando danni consistenti al sottoscritto (per dire, il gomito ha preso una botta così forte da farmi ancora un po’ male e avere problemi di sensibilità), ciò che mi ha un po’ deluso è stato il “dopo”.
Ho contattato la Spidi inviando le foto e chiedendo se fosse possibile effettuare una riparazione, alla fine la membrana impermeabile è venduta come ricambio e sarebbe bastato sistemare la cordura esterna… come si vede dalle foto, il danno non era poi così esteso, un bel pezzo di tessuto cucito sopra sarebbe bastato..


Mi è stato risposto di passare attraverso un rivenditore, il quale dopo 2 settimane non ha ricevuto alcuna risposta.
Ho nuovamente contattato la Spidi facendo presente la cosa, e mi hanno consigliato di inoltrare la conversazione ad un indirizzo mail.
Dopo poche ore mi ha contattato il rivenditore, dicendo che l’avevano chiamato dalla Spidi per spiegare che il ritardo era stato dovuto ad un non meglio precisato “problema di posta elettronica” e che a seguito della telefonata gli avevano risposto (30 secondi dopo aver visionato le foto, una valutazione attentissima direi) tramite mail e dato esito negativo alla richiesta.
Avrebbero potuto dire subito (dopo il mio primo contatto con foto, le stesse inserite sopra) che quel tipo di riparazioni non veniva eseguito e farmi risparmiare tempo, a mio parere.
Nessuna grossa polemica, ci mancherebbe, solo una leggera delusione.
Inutile dire che la giacca ha già una degna sostituta (di un’altra marca), di cui farò una bella recensione appena l’avrò “torturata” un po’ 🙂

Ad ogni modo adesso si iniziano a pianificare un po’ di giri visto che la bella stagione è arrivata, cercando di sfruttare al massimo ponti e weekend.. il letargo è durato fin troppo, è ora di tornare a macinare chilometri! ^_^