Finding Molise :)

Ebbene si, ogni tanto si va anche in giro in moto e si scrive qualcosa 🙂
Dopo che il tour programmato lo scorso anno è saltato per cause di forza maggiore, all’inizio del 2019 ho iniziato a controllare il calendario per vedere di accaparrarmi uno dei primi “ponti” disponibili.
Quando ho visto che con soli 3 giorni di ferie (chieste a febbraio, per farvi capire come stavo messo) sarei riuscito ad unire il periodo 25 Aprile-I Maggio, ho immediatamente iniziato a sbirciare la cartina per trovare una meta.
Dopo aver valutato un po’ di opzioni e aver buttato lì la destinazione anche un po’ per gioco, abbiamo deciso di arrivare fino in Molise, “per controllare se esiste”, come recita la famosa battuta che smette di far ridere dopo la seconda volta che la senti (e già una me la sono giocata).. 🙂
La novità è che Teresa ha voluto smettere i panni della zavorrina per venire con la sua Alpetta, una moto tuttofare ma certo non adattissima a percorrenze chilometriche esagerate, cosa che ci ha fatto ridimensionare un po’ le tappe giornaliere senza tuttavia farci perdere molto in termini di piacere.. il viaggetto ce lo siamo goduti alla grande 🙂
E così siamo transitati da Rieti, dai laghi del Turano e del Salto, abbiamo attraversato il parco d’Abruzzo (senza avvistare orsi, nonostante i cartelli), il parco del Matese in Campania (una bella scoperta!) per poi approdare in Molise, passare da Civitanova del Sannio (paese di Antonio Cardarelli), da Pietrabbondante, da Capracotta, attraversare l’Abetaia di Pescopennataro e risalire a Sulmona, attirati dai confetti (ottimi, devo ammettere).
Non potevamo farci mancare, nonostante le previsioni meteo discutibili, una capatina al ristoro del Mucciante per fare una scorpacciata di Arrosticini e bistecchine di pecora, per poi ripartire sotto la neve, transitare in mezzo alla nebbia e arrivare a L’Aquila (che coraggiosamente piano piano risorge) sotto una pioggia battente.
Un bel pranzo nel cuore ferito di Amatrice ci ha accompagnato all’ultima tappa prima del rientro, Spello, uno dei borghi più belli d’Italia.
Un bel giro, ad andatura rilassata su strade spesso secondarie e poco transitate, con l’Alpetta che se l’è cavata alla grande e Teresa con il sorriso perenne per il suo primo, vero viaggio di una certa consistenza.

Piccoli flashback:

Rieti (Lazio)
Il pernotto a palazzo Palmegiani in una dimora “da sogno” (come direbbe il Flavio nazionale), la birra sorseggiata affacciati sul fiume Velino osservando le anatre tra i resti del ponte Romano, la pessima cena in un posto che ricordava una lavanderia piena di panni sporchi.

Castel di Tora (Lazio)
Il pranzo al bar Dea gestito da una folkloristica signora che ci ha riempito di cibo come una nonna, chiamava il marito cuoco “Freddie Mercury” (vagamente ci assomigliava, ma solo per i baffoni) e gli avventori indistintamente “pellegrini”.

Pescasseroli (Abruzzo)
La meravigliosa strada con i cartelli che indicano la presenza degli Orsi (ma sul serio?).
L’alloggio in un vecchio Hotel (molto vecchio) dove lavora un ragazzetto logorroico della provincia di Isernia dagli occhi chiari e la carnagione molto pallida, il centro storico animato di gente, i negozietti e lo shopping, per cena la zuppa di legumi al pub.

Lago del Matese (Campania)
Ritrovarsi per caso sulle sponde del lago carsico più alto d’Italia a guardare i cavalli pascolare liberi.

Civitanova del Sannio (Molise)
Arrivare intorno alle 14:20 in un paese totalmente deserto e riuscire a stirarsi il tendine del dito medio per registrare la catena della moto.
Socializzare con l’anziana farmacista che ci ha raccontato la storia di Leone, il cane mascotte del paese, stravaccato sull’ingresso.
Cenare in una piccola trattoria senza clienti come se l’avessimo prenotata tutta per noi.

Pietrabbondante (Molise)
I resti del teatro sannitico con la splendida vista sulla valle del Trigno.

Sulmona (Abruzzo)
Le moto parcheggiate brutalmente nell’atrio dell’antico palazzo in corso Ovidio in barba alle ZTL, i festeggiamenti del patrono San Panfilo osservati sorseggiando birra in un bar del centro, il senso di smarrimento nel negozio di confetti (e liquori).

Ristoro Mucciante (Abruzzo)
Il banco della macelleria che ti accoglie all’ingresso, l’ordinata anarchia degli avventori intorno alle braci, i racconti scambiati davanti ai piatti ricolmi di arrosticini.
Separarsi dal ritrovo caldo ed accogliente per rimettersi il casco ed infilarsi in mezzo alla neve ed alla nebbia.
L’Aquila (Abruzzo)
Il freddo, tanto.
Gli enormi palazzi chiusi in gabbie metalliche, la vita che scorre lenta ma presente nei locali del centro. Il caldo ed accogliente alloggio all’interno del palazzo Zuzi, con i termosifoni totalmente occupati dal nostro abbigliamento fradicio. La colazione improvvisata con pan carrè e zucchero.
La scoperta del bauletto dell’alpetta invaso dall’olio motore (portato per il rabbocco) e la successiva pulizia con prodotti di fortuna e spray a caso.
Spello (Umbria)
Raggiungere l’alloggio (modesto, molto modesto) passando dalle ripide e scivolose stradine lastricate di pietra del centro (grazie navigatore infame!). Scegliere accuratamente per cena un posto apparentemente innocuo e farsi spennare come turisti americani qualsiasi.
Il bel gattone tigrato che è venuto in cerca di coccole prima della partenza…
-“e questo bel gatto come si chiama?”
-“…gatto!”

-Qui- trovate le foto del giretto scattate da me, -Qui- invece quelle di Teresa 🙂

giro_molise

“Vento d’estate” (ma non troppo!)

Da un po’ di tempo mi balenava in testa l’idea di aggiungere un cupolino alla Beta Alp della mia ragazza, in modo da renderla più confortevole in viaggio.
La piccola Alp nasce praticamente senza nessun tipo di protezione aerodinamica (e va benissimo così), ma purtroppo per chi soffre di dolorini alla cervicale stare molte ore in sella senza alcun riparo dal vento può essere un problema.
Nell’aftermarket non esiste niente di pronto e sicuramente si riesce a recuperare qualcosa di adattabile, il problema è che questi pezzetti di plastica li fanno pagare a peso d’oro (cosa che non ci piace).
Ovviamente il vero cantinaro in questi casi si mette all’opera per risolvere il problema con quello che ha in garage (di solito scarti dei più svariati materiali).
E così è stato.
Tramontata l’ipotesi di modellare del policarbonato (dopo qualche tentativo parziale poco riuscito) e relegata la lastra di alluminio come ultima opzione, ho deciso di realizzarlo in vetroresina utilizzando come base di partenza un cupolino rally della mia Adventure.
Visto che avrei dovuto usarne solo una parte, per via delle dimensioni, la cosa si è rivelata abbastanza semplice.
Dopo aver rivestito l’interno del cupolino usato come “stampo” con del nastro da pacchi, ho steso il primo strato di resina e l’ho lasciato asciugare per poi procedere con il secondo strato.
Asciugato anche questo, ho separato delicatamente le due parti e aggiunto un terzo strato di vetroresina sul manufatto, per irrobustirlo.
A questo punto ho cercato di trovare una forma che potesse deviare efficacemente l’aria, basandomi su sofisticatissime simulazioni al computer (no, scherzo, ho semplicemente improvvisato regolandomi con l’esperienza ;D ), ho fatto la sagoma col cartone, l’ho disegnata sul cupolino col pennarello e poi l’ho ritagliata con il Dremel.


Una volta ottenuta la forma defnitiva, per fare un lavoro perfetto sarebbe servito il gelcoat per uniformare la superficie  prima di procedere alla verniciatura.
Ma siccome siamo cantinari mannari e la perfezione la lasciamo agli altri, ho semplicemente stuccato il tutto (con l’apposito stucco per vetroresina) per poi “lisciarlo” con una piccola levigatrice (producendo una quantità di polvere inenarrabile, usate la mascherina!).
La stuccatura va ripetuta nei punti più ostici.
DSC_0041Quando il pezzo assume un bell’aspetto (apparentemente), si può pulire con acquaragia per poi procedere alla verniciatura. E scoprire, alla prima passata di spray, che la superficie non è così liscia come sembrava e l’aspetto non è poi così bello, visto che la vernice evidenzia impietosamente le imperfezioni.
Ma pazienza, il risultato è più “artigianale” 🙂
Con tre passate di spray la pratica “verniciatura” si può considerare archiviata.

Restava da trovare il modo di fissarlo, possibilmente senza forare la plastica originale.
Ho risolto sfruttando, per la parte inferiore, le “alette” presenti sopra al faro della Beta, che ho utilizzato per infilarci due ganci sagomati molto vagamente a forma di “S” (coperti di guaina termorestringente per non graffiare) e piazzando una staffa di alluminio nella parte superiore, ancorata alla mascherina originale con un sistema già usato in altre occasioni, ovvero due piastrine gommate all’interno e serrate da una vite attorno al bordo su cui ancorarsi.
Il risultato è molto robusto e, all’occorrenza, smontabile in 10 secondi netti.

Il responso è stato decisamente positivo, l’aria arriva senza troppa pressione nella zona del collo (che in questa stagione non da fastidio) ma il casco rimane completamente isolato, senza la minima turbolenza.
Lo scorso weekend abbiamo percorso circa 700km e la “pilotina” è rimasta veramente soddisfatta (e la sua cervicale pure).
Per essere il primo prototipo, pur da rifinire, migliorare ed affinare (soprattutto nella forma della parte inferiore), possiamo essere contenti 🙂
Intanto lo usiamo così, poi più avanti ci lavorerò.. 😉