Quarantine shopping: borse!

Nel precedente articolo avevo scritto che dopo aver valutato diverse borse morbide avevo optato per le Offbag prodotte da Amphibious, procedendo subito con l’incauto acquisto 🙂
Le borse sono già arrivate e, come promesso (e considerato che non c’è molto altro da fare), le ho subito provate sulla moto.
Intanto, come potete vedere dalle foto (non fate caso alle varie cinghie e cinghiette da sistemare), diciamo subito che togliendo le maniglie del passeggero le borse ci stanno senza grossi problemi.
Forse c’è da mettere qualcosa di morbido sulla staffa del terminale per evitare che a lungo andare si rovini la borsa, ma per quanto riguarda la distanza non ci sono problemi (almeno con terminale aftermarket).


Passando le cinghie superiori sotto alla sella stanno anche molto ferme, ed è sufficiente una cinghia aggiuntiva nella parte anteriore per bloccarle al supporto delle pedane passeggero e renderle stabili.
Le borse (ovviamente impermeabili) sono realizzate veramente bene, il materiale sembra molto robusto, dentro ad ogni borsa è presente una tasca chiusa con cerniera ove riporre documenti importanti, la valvola per far uscire l’aria adesso è più pratica (non più a vite ma si apre e si chiude con un quarto di giro) e, cosa interessante, sono presenti delle asole e delle cinghie per poter aggiungere altre borse ed espandere la capacità di carico.


Le asole sono localizzate sopra e ci potete far passare le cinghie per metterci quello che volete, anche una piccola sacca a rotolo.
Le cinghiette invece sono nella parte posteriore (quella inclinata) ed hanno delle clip direttamente compatibili con la Multybag (e credo anche con il borsello per attrezzi e quello per il kit di pronto soccorso, Drytools e Dryaid), sempre prodotta da Amphibious, che permettono di attaccarla e staccarla con facilità.


Ora non vedo l’ora di testarle su strada, il tragitto garage-giardino non è propriamente un buon banco di prova, purtroppo.. 🙂

La moto al tempo del colera..

Ebbene si, alla fine è arrivato lo stop forzato che ci vede tutti costretti a casa con la moto in garage, inesorabilmente (e giustamente) ferma.
Che fa un motociclista bloccato a casa per cause di forza maggiore in queste giornate primaverili, oltre ad aggirarsi con sguardo assente nei dintorni del box?

Ovviamente ne approfitta per comprare cose e montarle sulla moto, installare accessori acquistati e parcheggiati per mancanza di tempo, poi magari lavarla e pulirla come si deve.
Sull’ultimo punto, lo ammetto, non vado proprio fortissimo, tant’è che lascerò l’operazione di pulizia per ultima quando non avrò veramente nient’altro da fare 🙂
In compenso vado fortissimo sugli altri due punti 🙂
Intanto ho voluto acquistare le protezioni per i carter frizione e statore, decisamente troppo esposti (soprattutto quello della frizione).
Sul mercato ce ne sono diverse, ma dopo aver cercato di capire quanto potessero essere realmente efficaci alla fine ho optato per la coppia prodotta da R&G, due begli slider in polipropilene che si installano semplicemente con due viti ed offrono un buon riparo ai sopracitati carter.

Poi finalmente ho trovato il tempo di installare i faretti aggiuntivi che giacevano da un po’ nella scatola di Amazon, insieme alle staffe di montaggio prodotte dal mio amico Rocco.
Perché diciamolo, montarli è una discreta rotta di cogl..ehm, di scatole.
Dentro al faro purtroppo non ho spazio per mettere il relè (ovviamente sono sotto chiave), dato che è occupato interamente dalle centraline delle lampade a led.
Quindi ho dovuto trovargli un posto esternamente e trovare il modo di far passare tutti i cavi senza che interferissero col movimento dello sterzo.
Alla fine ho fissato il relè con una vite sulla battola di plastica sotto al faro, quella che resta fissa (l’altra dove c’è il clacson ruota), e ho fatto passare il cablaggio più esterno possibile fissandolo con delle fascette alle sedi per le viti della mascherina stessa.
In più, ho dovuto sagomare la plastica per far uscire il cavo dei faretti.
Alla fine ce l’ho fatta, ma è servito davvero il Covid-19 perché altrimenti non ci avrei mai perso tutto questo tempo, considerato che non li ritengo nemmeno indispensabili su questa moto (il faro originale, sostituendo le lampade con quelle a led, illumina molto bene).
Certo, sono utili, soprattutto in caso di scarsa visibilità, ma se non avessi avuto tutto questo tempo da impiegare probabilmente sarebbero ancora nella scatola 😀

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Pronti per sparaflashare!

Altra cosa che ho fatto è costruirmi dei distanziali per togliere velocemente le maniglie del passeggero e poter usare delle borse morbide nei giri in solitaria.
Maniglie che, per la loro posizione, interferiscono con le borse “rackless”, quelle da usare senza telaietti.
Dopo aver pensato a delle soluzioni estreme (tipo far fare delle maniglie ricavate dal pieno e fissarle al portapacchi per toglierle alla bisogna) ho realizzato che avrei risolto tutto semplicemente con quattro distanziali.
In questo modo tolgo le viti, sfilo la maniglia, inserisco i distanziali e riavvito. Prima da una parte e poi dall’altra, un paio di minuti e sono operativo.
I distanziali li ho realizzati con la stampante 3D, utilizzando come materiale l’ABS con infill al 90%, spendendo una miseria.
E per le borse?
Purtroppo la posizione dello scarico limita un po’ la scelta, almeno se si vuole qualcosa che abbia un minimo di capienza (diciamo il necessario per un weekend)..
Alla fine ho optato per le OffBag prodotte da Amphibious.
Togliendo le maniglie si riesce a posizionarle bene in alto e non dovrebbero (almeno stando alle misure) stare troppo vicine al terminale, hanno 30 litri totali di capienza e si possono ampliare con borselli aggiuntivi da agganciare ai passanti.
Costano pure poco.
Appena mi arrivano faccio qualche prova e vi dico meglio 🙂
Ah, nell’ultimo weekend in cui si poteva ancora andare in moto, ho testato il cupolino rally prodotto da MST/Solid Motor.
Oltre a rendere l’aspetto della moto decisamente più aggressivo (e a me piace da matti, ma quella è questione di gusti), devo dire che svolge egregiamente il suo compito.. il rumore e le turbolenze diminuiscono drasticamente, soprattutto l’aria sulle spalle è praticamente azzerata.

Costa un po’ ma alle scimmie, si sa, non si comanda.. ^_^
Non so quando potremo tornare a viaggiare in moto, ma di sicuro sarò prontissimo. Povero, ma prontissimo ^_^

Borse Amphibious Offbag:
https://www.amphibious.it/offbag-coppia.html

Protezioni carter R&G:
https://www.rg-racing.com/browsebike/KTM/1090_Adventure/2017/ECS0101BK/
https://www.rg-racing.com/browsebike/KTM/1090_Adventure/2017/ECS0033BK/

Plexiglass Rally MST/Solid Motor:
https://specialthings.it/collections/rally-accessories/products/rally-windshield-for-ktm-1190-1090-1050-1290

“Testardo” (ovvero storie di valigie addomesticate)

Come raccontavo in questo post, in seguito ad un piccolo incidente ho dovuto ricomprare le mie amate valigie di alluminio.
Un po’ per risparmiare, un po’ perché volevo provare qualcosa di nuovo, ho pensato di restare “in Italia” ed acquistare una coppia di valigie Kappa K-Venture da 37 litri per montarle sul classico telaietto tipo Givi “PL”, quello in uso da anni per le valigie in plastica.
Il problema è che non tutto è andato precisamente nel verso giusto.
Premessa: le valigie in se sembrano veramente di ottima fattura, robuste, ben rifinite, dotate di ganci per la rete portaoggetti nella parte inferiore dei coperchi e con i coperchi stessi staccabili completamente all’occorrenza.
Dal punto di vista costruttivo direi che si sono rivelate decisamente all’altezza, se non migliori, di altri marchi ben più blasonati.
Il problema è arrivato quando le ho piazzate sulla moto.
La posizione sull’Adventure è risultata completamente sbagliata.
Mi sono trovato con le valigie collocate in posizione molto avanzata e a ridosso della pedana passeggero, con pochissimo spazio per le gambe dello stesso, e tanto (troppo) inclinate in avanti.
Belle da vedere, molto aggressive, ma con un piccolissimo effetto collaterale: per via dell’eccessiva inclinazione lo spigolo posteriore delle borse eccede il livello del portapacchi, rendendo completamente impossibile l’utilizzo di una sacca a rotolo di grosse dimensioni (come quella che uso di solito per l’equipaggiamento da camping, 50 o 60 litri) collocata sul portapacchi.
E non si tratta di pochi centimetri, recuperabili con degli spessori: i centimetri di dislivello alla fine del montaggio sono ben sette!
La foto rende piuttosto bene l’idea.

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“dai, sempre a lamentarti.. se la borsa la metti in verticale alla fine ci sta!”

I nuovi telaietti a sgancio rapido forse non avrebbero presentato il problema, ma ovviamente non vengono prodotti per la Adventure 950/990.
Il surreale dialogo avuto con lo staff Kappa sulla pagina Facebook (che potete ammirare negli screenshot sotto) non ha dato alcun esito (se non quello di tenermi alla larga dai loro prodotti per i prossimi acquisti, con tutta probabilità).

Ma siccome “io sò testardo”, come recitava nel lontano 2000 un ispiratissimo Daniele Silvestri, mi sono deciso a sistemare la cosa.
Fedele al motto “chi fa da sé fa per tre”, ho inziato a pensare a come modificare i telaietti.
Dopo aver formulato varie ipotesi e razionalizzato il fatto che l’impresa si presentava disperata, almeno con metodi e attrezzature “cantinare”, ha inziato a balenarmi in testa la malsana idea di resuscitare, sistemare ed adattare allo scopo i cari vecchi telai della SW-Motech.
Peccato che uno di questi fosse uscito decisamente maluccio dall’incidente e che , in aggiunta, l’adattatore fornito con le valigie per usare i telaietti givi tipo PL non fosse  comunque utilizzabile senza modifiche (l’adattatore in questione funziona per tutte le valigie Givi/kappa con attacco monokey tranne queste e le Givi Trekker Dolomiti, per la cronaca).
Ma siccome non sono un tipo che si arrende facilmente, ho deciso di provarci comunque.
La modifica che avevo in mente era abbastanza invasiva, ma essendo i telaietti destinati alla discarica, non mi son fatto troppi problemi.
Tanto per cominciare ho raddrizzato e fatto combaciare di nuovo tutti gli attacchi rapidi con le predisposizioni da montare sulla moto (ovvero le staffe sulle pedane passeggero, sui fianchetti, sotto al portapacchi e il passante dietro alla targa), operazione compiuta con sapienti colpi di mazzetta, la presa delicata di una morsa e la precisione di un giratubi più simile ad un’arma che ad uno strumento di lavoro..
Una volta rimesso il tutto in posizione (si, insomma, più o meno), ho risaldato tutto quello che si era strappato o crepato in seguito all’urto. Sono un pessimo saldatore, quindi l’operazione ha richiesto tanta pazienza e svariate bestemmie, ma alla fine in qualche modo ce l’ho fatta. Risultato non perfetto dal punto di vista estetico, ma perfettamente funzionale, quindi missione compiuta.
Almeno la parte facile.
La parte difficile è arrivata quando è giunto il momento di far stare le valigie attaccate  ai telai.
La piastra adattatrice andava spostata leggermente in alto, e fin qui nessun problema particolare, solo due fori da fare esattamente sopra a quelli predisposti sui telai (che, ricordo, possono ospitare valigie di varie marche tramite piccoli adattatori) per le Givi.
Ma la piastrina in questione ha bisogno di spazio vuoto nella parte posteriore, per fare spazio alle sedi per le viti dello sgancio rapido.
Ci ho riflettuto un po’, dopodiché ho preso la decisione drastica, ovvero una fresa da 25mm per praticare due asole in corrispondenza delle suddette sedi.
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Pochi minuti di paura, ma alla fine il test è andato benissimo: la valigia montava perfettamente! (la folla rumoreggia stupita). 😀

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Sicuramente la struttura si è leggermente indebolita, ma quella piastrina comunque serve solo per tenere la borsa in posizione (il peso è scaricato sui perni e sulla barra nella parte inferiore), e comunque mi sono ripromesso di rinforzarla saldando una piccola traversina dalla parte opposta.
Una verniciata per rendere di nuovo presentabili i telai, et voila.
Finalmente le valigie sono tornate in una posizione normale, ed in più ho di nuovo i telaietti smontabili da poter rimuovere quando non servono.

E’ stata dura, ma alla fine ho vinto io.
Per l’appunto, “so’ testardo”.. 🙂
Ah, la canzone è questa 😉

“Datemi un benzinaio!”

Rubo il titolo ad un pezzo un po’ datato di Daniele Silvestri per intitolare l’articolo.. 🙂
Uno dei difetti della cammellona made in KTM è decisamente l’autonomia.
Se non andate costantemente a spasso a velocità “umarell sulla panda”, con i consumi dell’LC8 il chilometraggio prima che scatti il panico da riserva è decisamente ridotto per una moto da viaggio.
Il mercato offre diverse soluzioni, dai maxi serbatoi da 45 litri a quelli posteriori da montare al posto dello scarico (il che implica, manco a dirlo, la modifica con un monoscarico), un interessantissimo serbatoio sottosella da 7 litri (che possono montare solo le Adventure prive di ABS e ha il difetto di eliminare il fondamentale vano porta attrezzi) e i serbatoi posteriori ispirati alle moto da rally (bellissimi, soprattutto quelli prodotti da Landmark.works, ma con cui si perdono le pedane per il passeggero).
Ovviamente noi peones ci arrangiamo con le taniche, di varia foggia e posizionate nei modi più impensabili.
Qualche anno fa avevo acquistato in germania due tanichette da 1,5lt, con asole per il fissaggio, e avevo costruito due attacchi per montarle sulle valigie in alluminio.
Il problema è che le mie valigie nella parte posteriore hanno i meccanismi per l’apertura e lo sgancio e le tanichette avrebbero interferito, quindi decisi di metterle davanti.
Per quanto abbastanza riparate, la loro posizione non mi ha mai convinto troppo e non le ho mai usate.
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L’altro giorno mi son capitate in mano e, osservando bene, mi sono accorto che con gli scarichi Leovince (all’epoca avevo le stufe originali) forse avrei avuto lo spazio sufficiente per piazzare le taniche all’interno delle valigie, in posizione decisamente più riparata.
Un paio di rapide prove, il tempo di elaborare un sistema di fissaggio rapido e indolore, ed al grido di “si.. può.. FA-RE!” mi son messo al lavoro.
In pratica le due tanichette si appoggiano al telaietto, trovando un incastro quasi perfetto nelle due guide in alluminio situate dietro le valigie, quelle che servono per agganciarle.
E’ bastato fare due asole nelle suddette guide, necessarie per passarci la cinghia di fissaggio, per sistemare il tutto.
Come si fanno le asole?
In vari modi, a seconda degli utensili che avete a disposizione..
Io, dopo averne segnato la posizione, ho fatto due fori da 3mm alle estremità che ho poi collegato usando il dremel e l’utensile da taglio (e una pazienza degna di un monaco amanuense).
Per rifinire la scanalatura ho usato la fresetta per il dremel, e poi smussato gli spigoli con la cartavetra.

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Come si vede ci vanno precise, non toccano da nessuna parte, restano fermissime, il peso grava soprattutto sul telaietto e avendo scarichi aftermarket il calore non rappresenta un problema.
Inoltre la cinghia di fissaggio con la “fibbia” metallica si allenta in un attimo, permettendo di sganciare le valigie (e rimetterle) senza togliere le taniche.
Vi starete domandando se vale la pena sbattersi così tanto per tre litri di benzina.
Secondo me si.
Alla fine con tre litri, guidando tranquilli (e se arrivate ad aver bisogno del contenuto delle taniche credo che sia il caso di farlo) si riescono a percorrere almeno 45km (se ne fate meno i casi son due: guidate da cani o avete la moto carburata/mappata “ad minchiam”), che non son pochi e permettono, insieme alla riserva della moto, di raggiungere tranquillamente i fatidici 300km di autonomia reale.
Certo, i serbatoi aggiuntivi sono un altro pianeta, ma se consideriamo il costo delle taniche (circa 14 euro ciascuna) alla fine mi sembra un buon compromesso.. 🙂

QUI trovate le tanichette in questione, QUI il link per i bellissimi serbatoi posteriori, se volete fare le cose in grande 🙂

Nord, sud, ovest, est..

Citazione veramente “colta” per il titolo dell’articolo, vero? 😀
Ok, torniamo seri.. 😉
Era da un po’ di tempo che mi balenava in testa l’idea di prendere un telefono rugged.. un device da usare senza troppe preoccupazioni, che se te lo scordi in tasca quando piove se ne frega, che se ti cade non si sbriciola in mille pezzi, e via dicendo.
Alla fine l’ho preso davvero, un Blackview BV-6000.
Non sto a dilungarmi sulle caratteristiche, non è questa la sede, ma vi basti sapere che funziona veramente bene.
Appena ho avuto il telefono in mano, automaticamente è scattato il pensiero “perché non usarlo anche in moto, ogni tanto, magari quando non voglio portarmi il Garmin?”.
Perché l’idea di avere un device tuttofare, un solo attrezzo da portarsi dietro, alla fine mi è sempre piaciuta, senza contare la versatilità di poter scegliere fra la moltitudine di software di navigazione.
All’inizio mi sono affidato ad una soluzione “pronta”, ed ho acquistato un adattatore x-grip della ram-mount (uso il loro sistema a sfera come supporto per il navigatore da anni).
Il telefono si è comportato decisamente bene, molto meno l’adattatore in questione che mi ha soddisfatto solo in parte.. i gommini cadono pericolosamente vicini ai tasti del telefono (bisogna posizionarlo al millimetro, sennò si premono) e quando le aste sono parzialmente chiuse con il telefono inserito il tutto (per il modo in cui è costruito l’adattatore) rimane libero di ruotare di qualche grado.. a meno di non bloccare il tutto con quella specie di retina in silicone che loro chiamano “tether”, fornita in dotazione, ma tutt’altro che immediata nell’utilizzo.
Ho provato a farmi una piastrina da inserire nell’asola per bloccarlo, ed ha funzionato, ma speravo in qualcosa di più efficace, visto che per togliere il telefono bisogna sfilare ogni volta la piastrina altrimenti non si aprono le aste..
Così ho iniziato a costruirmi un supporto con materiali recuperati in garage e poco altro.
Son partito dalla cosa facile, ovvero la base, ricavata da un pezzo di resistente lexan da 5mm di spessore.
Nella parte inferiore della base ho fissato (utilizzando viti TPSE in modo che non sporgessero una volta svasate le sedi) una barra di alluminio con profilo ad “L” (si trovano al brico) che fa da appoggio.
A destra della base ho fissato un’altra barra, ma con il bordo superiore leggermente ripiegato verso l’interno (in modo da non permettere al telefono di uscire) e con un’asola per far passare il cavo di alimentazione.
Rimaneva il problema di come chiudere il tutto.
Volevo qualcosa di solido ma facilmente apribile, per togliere e mettere il telefono al volo, senza viti da allentare o cose strane.
Gironzolando nelle corsie del brico, mi è venuta l’idea che mancava.
Ovvero usare una cerniera da sportello.
Ce ne sono di mille tipi, è bastato sceglierne una della grandezza e con la forma giusta, et voila: avevo la chiusura per il mio supporto!
La base della cerniera, che di solito in casa va sul mobile, l’ho imbullonata alla base del supporto, e alla parte “mobile” ho fissato un’altra lastrina di alluminio, ssempre col bordo leggermente piegato verso l’interno, e con un labbrino rialzato per fare da appiglio per agevolare l’apertura.
Ovviamente il tutto è stato foderato con della gomma antiscivolo, che assorbe anche le vibrazioni, e sull’anta di chiusura è stato applicato uno strato di gommapiuma molto spesso che blocca il telefono.

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Particolare della gommapiuma inserita sull’anta di chiusura.

Nelle foto che seguono, scattate prima di applicare l’antiscivolo, si vede meglio com’è costruito il tutto.

 

Nel video invece il sistema di chiusura.. notate il rassicurante “clack” della cerniera quando la si chiude.. 🙂

Ovviamente per fissare il tutto alla moto ho dovuto comprare una “pallina” della ram-mount, in modo da rendere il tutto intercambiabile col supporto del Garmin.
La prova su strada è stata una bella soddisfazione.
Il telefono è stabilissimo, ho dovuto solo apportare un paio di modifiche per evitare che in seguito a contraccolpi particolarmente “marcati” (es. atterrando dalle impennate ^_^ ) lo smartphone si spostasse leggermente verso l’alto..
Appena avrò voglia probabilmente cercherò di migliorarlo ulteriormente (per esempio sagomando meglio la staffa a destra, dall’aspetto un po’ troppo massiccio, o cercando di aggiungere una chiusura a chiave, anche se la ritengo inutile), ma devo dire che per esser fatto in economia ha superato brillantemente le mie aspettative 🙂

“Vento d’estate” (ma non troppo!)

Da un po’ di tempo mi balenava in testa l’idea di aggiungere un cupolino alla Beta Alp della mia ragazza, in modo da renderla più confortevole in viaggio.
La piccola Alp nasce praticamente senza nessun tipo di protezione aerodinamica (e va benissimo così), ma purtroppo per chi soffre di dolorini alla cervicale stare molte ore in sella senza alcun riparo dal vento può essere un problema.
Nell’aftermarket non esiste niente di pronto e sicuramente si riesce a recuperare qualcosa di adattabile, il problema è che questi pezzetti di plastica li fanno pagare a peso d’oro (cosa che non ci piace).
Ovviamente il vero cantinaro in questi casi si mette all’opera per risolvere il problema con quello che ha in garage (di solito scarti dei più svariati materiali).
E così è stato.
Tramontata l’ipotesi di modellare del policarbonato (dopo qualche tentativo parziale poco riuscito) e relegata la lastra di alluminio come ultima opzione, ho deciso di realizzarlo in vetroresina utilizzando come base di partenza un cupolino rally della mia Adventure.
Visto che avrei dovuto usarne solo una parte, per via delle dimensioni, la cosa si è rivelata abbastanza semplice.
Dopo aver rivestito l’interno del cupolino usato come “stampo” con del nastro da pacchi, ho steso il primo strato di resina e l’ho lasciato asciugare per poi procedere con il secondo strato.
Asciugato anche questo, ho separato delicatamente le due parti e aggiunto un terzo strato di vetroresina sul manufatto, per irrobustirlo.
A questo punto ho cercato di trovare una forma che potesse deviare efficacemente l’aria, basandomi su sofisticatissime simulazioni al computer (no, scherzo, ho semplicemente improvvisato regolandomi con l’esperienza ;D ), ho fatto la sagoma col cartone, l’ho disegnata sul cupolino col pennarello e poi l’ho ritagliata con il Dremel.


Una volta ottenuta la forma defnitiva, per fare un lavoro perfetto sarebbe servito il gelcoat per uniformare la superficie  prima di procedere alla verniciatura.
Ma siccome siamo cantinari mannari e la perfezione la lasciamo agli altri, ho semplicemente stuccato il tutto (con l’apposito stucco per vetroresina) per poi “lisciarlo” con una piccola levigatrice (producendo una quantità di polvere inenarrabile, usate la mascherina!).
La stuccatura va ripetuta nei punti più ostici.
DSC_0041Quando il pezzo assume un bell’aspetto (apparentemente), si può pulire con acquaragia per poi procedere alla verniciatura. E scoprire, alla prima passata di spray, che la superficie non è così liscia come sembrava e l’aspetto non è poi così bello, visto che la vernice evidenzia impietosamente le imperfezioni.
Ma pazienza, il risultato è più “artigianale” 🙂
Con tre passate di spray la pratica “verniciatura” si può considerare archiviata.

Restava da trovare il modo di fissarlo, possibilmente senza forare la plastica originale.
Ho risolto sfruttando, per la parte inferiore, le “alette” presenti sopra al faro della Beta, che ho utilizzato per infilarci due ganci sagomati molto vagamente a forma di “S” (coperti di guaina termorestringente per non graffiare) e piazzando una staffa di alluminio nella parte superiore, ancorata alla mascherina originale con un sistema già usato in altre occasioni, ovvero due piastrine gommate all’interno e serrate da una vite attorno al bordo su cui ancorarsi.
Il risultato è molto robusto e, all’occorrenza, smontabile in 10 secondi netti.

Il responso è stato decisamente positivo, l’aria arriva senza troppa pressione nella zona del collo (che in questa stagione non da fastidio) ma il casco rimane completamente isolato, senza la minima turbolenza.
Lo scorso weekend abbiamo percorso circa 700km e la “pilotina” è rimasta veramente soddisfatta (e la sua cervicale pure).
Per essere il primo prototipo, pur da rifinire, migliorare ed affinare (soprattutto nella forma della parte inferiore), possiamo essere contenti 🙂
Intanto lo usiamo così, poi più avanti ci lavorerò.. 😉

What’s in my (big) bag?

Qualche tempo fa, in un lunghissimo thread su ADVrider dal titolo “let’s see a picture of your camping setup and how it all fits on your bike… please” avevo postato un paio di foto della mia Adventure in assetto da viaggio, assetto che comprende praticamente tutto il necessaire per campeggiare e per cucinare in maniera indipendente (e pure per consumare degnamente il lauto pasto).
Qualche membro del forum rimase stupito e mi disse che era impossibile portare così tanta roba in così poco spazio (loro sò ammerigani, sò spreconi, sò abituati alle robe grosse), e così feci una spiegazione dettagliata.
Visto che al momento sono ancora intento a smaltire i postumi di un’operazione al menisco e in moto non ci posso andare, ne approfitto per raccontare anche a voi cosa c’è nelle mie borse quando affronto un viaggio in coppia, in particolare nella grossa sacca a rotolo legata sul portapacchi.low_res-1975
Quella è la borsa dell’attrezzatura da campeggio.
Cosa contiene?
Ecco una lista piuttosto accurata..

-Tenda 3 posti (per stare comodi in due)
-due sacchi a pelo estivi
-due liner (seta o altro materiale)
-due materassini gonfiabili
-due cuscini
-due seggiole/sgabelli
-2 pentole complete di coperchio, piatti, bicchieri, posate
-Sale, olio, spezie varie, accendino e altre cosette per la cucina
-Fornello multicombustibile
-Martello per i picchetti
-doccia portatile da 10 litri (utile anche come contenitore per l’acqua)
-qualche busta di cibo liofilizzato per emergenze/pigrizia 🙂

Com’è possibile far stare tutto in una borsa da 50 litri?
Semplice, servono cose selezionate piuttosto accuratamente.
Iniziamo dalla scelta della tenda: come accennato sopra, per stare comodi in due con i relativi bagagli serve una tenda da tre posti, e deve essere facile da montare e smontare, altrimenti facendo camping itinerante dopo tre giorni la maledirete in svariati idiomi.
Il mercato offre infinite possibilità, c’è da perderci un po’ di tempo, ma alla fine restringendo la scelta a quelle con delle dimensioni accettabili da chiuse, si riesce ad individuare la candidata ideale, qualsiasi sia il budget a disposizione.
La mia scelta qualche anno fa cadde sulla Quechua QuickHiker III, una tenda robusta, facilissima da montare, spaziosa, con due ingressi e due absidi e che chiusa ingombra il giusto (un rotolo da 40x18cm).
Si tratta di una tenda tre stagioni, ma ovviamente viene utilizzata in coppia nel periodo che va dalla primavera all’autunno, quindi è perfetta.
Unica modifica, ho sostituito i picchetti di serie (peraltro ottimi) con un set di picchetti in.. titanio.
Si, avete letto bene.
Costicchiano un po’ (io li pagai circa 4 euro l’uno), ma è un investimento per la vita. Li comprate una volta e non ci pensate più, se avete più tende li passate da una all’altra e si piantano veramente ovunque (anche nell’asfalto!) senza problemi.

Reparto “letto”.
Inutile sottolineare come i materassini del supermercato servano a ben poco nell’ottica di risparmiare spazio prezioso, serve orientarsi su qualcosa di più tecnico.
In questo caso, purtroppo, vale il detto “chi più spende meno spende”, per varie ragioni.
La prima è che riposare bene quando si è in viaggio è molto importante. Magari per una notte o due si dorme anche sui sassi, ma per periodi più lunghi è meglio qualcosa di più confortevole.
La seconda è che i materassini più costosi sono una garanzia in quanto a robustezza e caratteristiche generali.
Anche un normale materassino a 6 tubi una volta sgonfiato diventa molto piccolo, ma per gonfiarlo serve un sacco di tempo, per sgonfiarlo bene ne serve il doppio, l’isolamento è prossimo allo zero, e le valvoline (di solito uguali a quelle dei materassini da spiaggia) dopo un po’ cedono.
Un materassino come si deve, oltre a gonfiarsi e sgonfiarsi rapidamente ed isolare meglio, vi durerà una vita (non sto scherzando, i Therm-a-rest son garantiti a vita sul serio), quindi investite senza remore.
Quelli che usiamo per viaggiare sono proprio della Therm-a-rest: il mio è un NeoAir X-lite (che chiuso è più piccolo di una bottiglia da mezzo litro), quello della mia ragazza un NeoAir Venture. Assolutamente meravigliosi.

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..perché le dimensioni, contano..

L’X-lite lo apprezzerete se campeggiate anche col freddo (ha un fattore di isolamento più elevato), altrimenti potete orientarvi direttamente sul Venture.. costa molto meno, ha uno spessore maggiore e chiuso non è molto più grande.
Se dormite supini (o siete leggeri), gli autogonfianti da 3cm di spessore sono abbastanza compatti una volta arrotolati e rappresentano una buona soluzione, ma io non riesco a dormirci bene.
I sacchi a pelo estivi sono degli ottimi (purtroppo non più in produzione) quechua S15-ultralight, 15 gradi di temperatura confort e veramente piccolissimi una volta chiusi nella sacca di compressione.
Se fa più fresco, ci abbiniamo i liner di seta (non quelli di materiale sintetico) che abbassano di qualche grado la temperatura comfort. Se fa troppo caldo, dormiamo direttamente nei liner. Di norma quelli in seta costicchiano, ma su ebay potete acquistarli direttamente in oriente a cifre ridicole 🙂
Inutile dire che i “lenzuolini” in questione occupano pochissimo spazio.
Da qualche tempo tengo perennemente nella borsa anche un liner termico della Sea to Summit, il “Thermolite Reactor Extreme”, un saccoletto dall’alto potere isolante (grazie alle fibre cave di cui è composto) che dovrebbe garantire un incremento verso il basso della temperatura di comfort di ben 15°c una volta inserito nel sacco a pelo.
Forse non saranno effettivamente 15, ma dieci di sicuro, e per quello che pesa e ingombra vale la pena portarselo sempre dietro.
Ovviamente se sappiamo di dover andare prevalentemente in posti dove la notte fa più fresco, partiamo direttamente con dei sacchi a pelo più “consistenti”.
Per quanto riguarda i cuscini, gli ho dedicato un post apposito sul blog, lo trovate qui.. 🙂

Reparto “cucina”.

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L’MSR Quick-2, utile anche per giocare a Tetris..

Dopo aver girato per un po’ con kit improvvisati (ma funzionali), ho deciso di investire in qualcosa di più professionale ed ho optato per l’MSR quick 2.
Il kit comprende una pentola antiaderente da 1,5lt, una pentola da 2,5lt, un coperchio che funge anche da scolapasta, un manico sganciabile (adatto ad entrambe le pentole), due piatti col bordo alto, due bicchieri/tazze a doppia parete (mantengono la temperatura delle bevande, calde o fredde).
Il tutto viene racchiuso nella pentola più grande, per un ingombro finale di 19.7 x 12.7 cm.
E dentro c’è spazio pure per un piccolo tagliere in plastica (aggiunto da me, sagomato a misura partendo da un tagliere flessibile), due set di posate pieghevoli e una spugnetta per lavare il tutto.
In un piccolo astuccio a parte invece trovano spazio una paletta di legno (fondamentale), un barattolino di sale, una piccola bottiglia d’olio, il pepe, il peperoncino, l’aglio in polvere, un piccolo flaconcino di tabasco, un paio di bustine d’aceto, e l’accendino.
Ah, e una piccola bottiglina di sapone universale biodegradabile, ottimo anche per le stoviglie.
No, non mancano i coltelli: sono due fedeli victorinox e li tengo nella borsa da serbatoio, visto che fa comodo averli a portata di mano 🙂

Il fornello (un multicombustibile) viene diviso in due, nella sacca trova posto solo il bruciatore, la bottiglia col combustibile se ne sta attaccata all’esterno della valigia laterale.
Perché un fornello di questo tipo e non uno normale, alimentato a bombolette di gas?

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Al solito, io cucino e lei cazzeggia. Che mondo ingiusto..

Il motivo è abbastanza semplice: reperire le cartucce, siano esse a vite o a forare, in certe zone non è proprio immediato, mentre con un multicombustibile (o anche con un fornello alimentato solo a benzina) il problema non si pone. Siete in giro in moto, la benzina non manca.
Senza considerare che con il freddo l’efficienza della miscela di gas contenuta nelle cartucce diminuisce non poco.
Intendiamoci, per giri di pochi giorni vanno benissimo, ma se pianificate una vacanza di un paio di settimane, secondo me il multifuel vince a mani basse. Oltretutto il suo bruciatore lo potete attaccare anche alle cartucce di gas a vite, quindi non pone limiti. State via un paio di giorni, prendete la cartuccia piccola. State via venti giorni, vi portate la bottiglia della benzina.
Se avete amici che tendono a fidarsi troppo della riserva della moto, inoltre, la benzina la potete rimettere nel serbatoio dell’appiedato. Di solito non serve a molto, ma è un bel gesto, no? ^_^
Più versatile di così.. 🙂

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“..tranquillo, te la do io un po’ di benzina.. LOL!”

Capitolo accessori vari.
Ho citato il martello, indispensabile per piantare a dovere i picchetti della tenda (perché non penserete mica di cavarvela sempre con prati verdi e terreni soffici, vero?).

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..poca spesa, tanta resa!

La soluzione scelta per portarsi dietro un martello di metallo “vero” (quello in gomma si demolisce quando i picchetti incontrano terreno duro e c’è da picchiare forte), senza l’ingombro del martello classico, l’abbiamo trovata in un negozio cinese.
L’attrezzino che vedete in foto, dal costo irrisorio, ci accompagna da anni senza fare una piega. Testato su terreni di ogni tipo, ha resistito egregiamente ai maltrattamenti nonostante le perplessità iniziali.
La doccia portatile della Sea-To-Summit è un piccolo capolavoro.
Chiusa è poco più grande di un pacchetto di sigarette, aperta contiene ben 10 litri d’acqua, si può (ovviamente) appendere, ed è dotata di un rubinetto con flusso d’acqua regolabile.

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..perché “l’uomo ha da puzzà”, ma c’è un limite..

Si può usare come doccia (autonomia circa 8 minuti), come contenitore per una scorta d’acqua, e come sacca stagna per contenere biancheria o vestiti.
Ed eccoci alle seggiole.
Ovviamente si potrebbero benissimo usare le valigie laterali per sedersi, ma visto che noi le usiamo come tavolo (unendole con una piastra di alluminio), tocca portarsi dietro qualcos’altro.

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Non si direbbe, ma reggono anche me!

Ultimamente ho messo su due piccoli sgabelli in alluminio, poco ingombranti ed efficaci, ma nel garage ho due meravigliose seggiole “Monarch” della Alite Designs, comprate direttamente negli USA,  fantastiche anche per rilassarsi, leggere, o semplicemente chiacchierare davanti al fuoco.
Si, hanno solo due zampe, perché gli altri due punti di appoggio sono forniti dalle gambe di quello che si siede, senza alcuno sforzo.
Sono estremamente resistenti (la portata è di oltre 110kg), leggere (poco più di mezzo chilo l’una), e chiuse si riducono a due cilindri di circa 30cmx11cm.
Unico difetto, il costo.
Si vive benissimo anche senza, ovviamente, ma ogni tanto qualche sfizio bisogna toglierselo, no? 🙂

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Seggiole, tavolo, tenda, pentole, moto. E birre. C’è quasi tutto.. 🙂

 

..zoccoliamoci!

..ehm.. da dove iniziare?
Ok, cercherò di affrontare l’argomento con delicatezza.
Se dico “camel toe”, son pronto a scommettere che la prima cosa che vi viene in mente non è sicuramente qualcosa che ha a che fare con le moto.
E va BENISSIMO così 🙂
Se non vi viene in mente niente, andate su google immagini, fate una ricerca e poi continuiamo.
Fatto?
Ora smettetela di guardare le foto e scrivete nel motore di ricerca “camel toe side stand”.
Dovrebbe uscirvi qualcosa di molto più attinente al mondo delle due ruote.
Vi faccio un breve riassuntino.
Si tratta di una estensione fissata alla base del cavalletto laterale che aumenta la superficie di appoggio e fa in modo che il terreno (soprattutto se molliccio) non sprofondi troppo sotto il peso della vostra moto.
Perché non è affatto simpatico andare a dormire in tenda e svegliarsi la mattina con la moto a terra perché il terreno ha ceduto, magari in seguito alla pioggia della notte.
“Camel toe” letteralmente significa “zampa di cammello” (o “zoccolo di cammello”), e nel nostro caso l’accessorio viene chiamato così perché il principio di funzionamento è proprio quello della zampa del simpatico Camelide, la cui particolare forma allargata permette all’animale di camminare nella sabbia senza affondare.

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…so che avreste preferito foto di altri camel toe.. :p

Questo accessorio si può realizzare in mille modi, che vanno dalla lattina schiacciata appoggiata sotto al cavalletto (che va benissimo in emergenza), al classico sasso, fino alla piastrina di acciao saldata direttamente al cavalletto.
Poi ci sono le soluzioni eleganti e funzionali, ovvero le piastrine aggiuntive.
Tempo fa, dopo averne costruito una da solo, comprai quella della touratech sperando che non avesse i difetti di quella “home made”.
Beh, il suo lavoro lo svolge egregiamente, ma dopo pochi giorni di parcheggio su terreni morbidi, si piega la parte di acciaio inferiore su cui poggia tutto il peso della moto, facendo allentare la struttura “a sandwitch” (come si vede nella foto) e rendendo la piastra ballerina e rumorosa.
In pratica una volta al mese c’è da smontarla e ribattere a martellate la parte inferiore.
Esattamente come quella fatta in casa.

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Touratech: Fail!

Un affarone.

Girovagando sui soliti siti cinesi, qualche giorno fa, mi è capitata sott’occhio una piastra in alluminio, apparentemente ben fatta e dal prezzo abbastanza ridicolo.
Mi son detto “perché non provare?”.
Et voila, mano alla carta di credito e andare.
Passati i venti giorni canonici per le spedizioni standard dal paese asiatico, stamattina il postino mi ha recapitato la busta con l’oggetto.WP_20160301_11_01_26_Pro
Devo dire che è veramente ben costruito, la parte in alluminio inferiore è piuttosto spessa e non dovrebbe piegarsi, presenta una sede circolare per accogliere la parte terminale del cavalletto originale e permettere alla parte in alluminio superiore di accoppiarsi perfettamente con la base, grazie alle 4 viti a brugola che le collegano saldamente.
WP_20160301_11_48_18_ProPer tenere la piastra nella posizione voluta ed impedire che ruoti invece sono presenti 4 grani supplementari, da stringere una volta accoppiate le due sezioni.
Semplice, efficace, ed esteticamente niente male.
Vedremo come se la caverà nel lungo periodo, ma sono abbastanza fiducioso.
E considerato che la spesa è stata veramente esigua, poco più di 11 (si, undici) euro, vale la pena di fare una prova, no? 🙂
La trovate su Aliexpress.

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Art Attack! ^_^

Qualche tempo fa, al mio rientro a casa, ho trovato ad aspettarmi un pacco piuttosto voluminoso.
Era il meraviglioso cupolino Evo6 di Rade Garage, oggetto a cui anelavo da un bel po’ di tempo e che la mia ragazza ha pensato di regalarmi per l’imminente compleanno (lei si che sa come far felice un motociclista! 😀 ).
Appena montato, oltre ad ammirare la nuova linea dell’Adventure (il cupolino è più verticale dell’originale e le dona un adorabile look “rally”), ho subito messo in moto i neuroni per cercare di inventarmi una grafica, visto che tutto nero risultava un po’ “pesantone”.
Dopo qualche simulazione al computer per avere un’idea delle varie soluzioni (e scegliere alal fine quella più tamarra, ovviamente) son passato all’azione per fabbricarmi gli adesivi necessari.
Qualcuno mi ha chiesto come si fa una cosa del genere, e così ho pensato di scrivere questo post a mò di piccolo tutorial per chi volesse cimentarsi nell’impresa.
Cosa serve?
Innanzitutto le idee chiare.
Perché occorre avere ben presente cosa si può fare con metodi artigianali e cosa no.
Se volete delle scritte piccole, o cose troppo elaborate, probabilmente non ce la farete, in quel caso meglio rivolgersi agli appositi servizi di stampa.
Se però la vostra idea contempla scritte a caratteri piuttosto grandi e non troppo elaborati, linee, forme regolari.. beh, le probabilità di successo aumentano.
Oltre alle citate “idee chiare”, servono ovviamente dei fogli di vinile adesivo, con i colori che vi servono.
Si trovano senza grossi problemi anche in alcuni Brico, io qui a Lucca li prendo da “Bocci Carta”.
Gli altri strumenti necessari sono un paio di forbici ben affilate, un tagliabalsa con la punta sottile, un pennarello indelebile a punta fine, un righello, un curvilineo, delle pinzette per francobolli (o quelle che usa la vostra donna per “tirarsi” le ciglia 😀 ), del nastro adesivo, del nastro carta e abbondante colla vinil.. ah no, scusate, la colla non serve 🙂

La base di partenza sono le grafiche (nel mio caso alcuni fregi, la scritta “990” con lo stesso font usato sulle fiancate della moto, e la “R” arancione) stampate a grandezza naturale.
Serve un po’ di dimestichezza con i programmi di grafica: io le scritte “990” e la “R” le ho ricavate partendo dalle foto (in buona risoluzione) di quelle sulla fiancata, scontornando.
Ad ogni modo questo è il risultato, i tre numeri esattamente delle dimensioni che mi servono stampati ognuno su un foglio, da ritagliare.

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A questo punto si sovrappone il numero ritagliato al vinile del colore scelto, si fissa da un lato e poi col righello e il tagliabalsa si incidono le linee del contorno.

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Ovviamente, se la vostra stampa non presenta solo linee diritte dovrete usare il curvilineo.
Dovreste arrivare ad un risultato del genere.

WP_20160122_11_22_04_ProSiccome io amo complicarmi la vita ed avevo deciso di avere la scritta col solo bordo bianco e l’interno vuoto, ho dovuto intagliare anche l’interno.
Ho quindi tracciato le linee di taglio con il pennarello indelebile, e poi con il righello e il tagliabalsa le ho incise, facendo attenzione a non “sbordare” nei punti di intersezione.
Il risultato è questo..

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Adesso, se avete fatto tutte le cosine per bene, dovreste riuscire a tirare via la parte interna. Aiutatevi con le pinzette e se in qualche punto il taglio non è arrivato a congiungersi, incidete col tagliabalsa.

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Togliete anche la parte esterna e dovrebbe rimanervi così.

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Ora staccate due pezzi di nastro carta e piazzateli sopra al vostro adesivo in modo da coprirlo completamente, questo vi servirà per poterlo maneggiare comodamente e posizionarlo con precisione.

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Adesso il vostro adesivo è pronto. Rimuovete il retro, scaldatelo leggermente col phon (serve per ammorbidirlo e farlo aderire bene) se come me lavorate in un garage non riscaldato, posizionatelo (eventualmente fatevi delle linee guida col nastro carta), schiacciate bene (se l’adesivo è grande iniziate da una parte facendo attenzione a non lasciare bolle d’aria), e infine togliete il nastro carta con delicatezza.
Ripetete la procedura per ogni componente della vostra grafica, et voila!

Questo è il mio risultato.

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Ovviamente guardandolo da vicino si nota qualche piccola imperfezione, ma la soddisfazione di aver fatto tutto da solo, a mano, è enorme.
Ora però vado a comprare un plotter da taglio.. :p

Presto, alzate gli scudi!

A detta di molti il paramotore originale della KTM Adventure non è propriamente un granché, sia per la resistenza agli urti che come protettività generale.
Per la resistenza agli urti mi sono sempre preoccupato poco, la mia è una “R”, ha 32cm di luce a terra, quindi il rischio di prendere una botta sotto così forte da romperlo è minore rispetto alle Adventure “basse”.
Per la protettività invece il problema me lo sono posto più volte, visto che col paramotore di serie entrambi i carter rimangono completamente esposti a sassate e botte varie.
Le soluzioni alternative sono molte, più o meno per tutte le tasche, ognuna con le sue particolarità.
Ben poche possono però unire robustezza, leggerezza ed estetica, visto che la maggior parte dei paramotore aftermarket in alluminio o materiali simili oltre ad essere pesantucci sembrano delle cassette della frutta tagliate a metà e messe sotto al motore.
Qui siamo di fronte ad un prodotto che, oltre ad essere ineccepibile dal punto di vista strutturale e funzionale, è anche bellissimo e si integra sinuosamente con la linea della moto.
Sto parlando del paramotore in materiale composito prodotto da Landmark.works, il regalo di natale per la mia Adventure 🙂

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Non lasciatevi ingannare dalle foto, il paracoppa ovviamente non è costruito solo in carbonio, altrimenti durerebbe ben poco.
Il carbonio è usato negli strati esterni, per un fattore estetico, in realtà il “cuore” è costituito da tessuti in Kevlar e altri materiali specificamente scelti per aumentarne la resistenza agli urti.
Il numero di strati utilizzati è variabile, in alcuni punti si arriva fino a 10, così come lo spessore, che varia dai 2mm circa ai 5mm nelle zone che necessitano di maggiore resistenza.
Gli spessori giocano un ruolo importantissimo: a parità di strati di tessuto impiegati, più questi lavorano su spessori maggiori meglio è. In fase di progetto è molto meglio prevedere sezioni con anime interne più leggere e meno costose ma che aumentino lo spessore piuttosto che riempire tutto con strati di tessuto performante che, invece, va impiegato via via che ci si allontana dal “cuore” del pezzo, nelle zone più esterne della sezione.
La differenziazione dello spessore, unita alla forma scatolata, ha consentito di contenere il peso in poco meno di 1300 grammi (500 meno di quello originale) ma di ottenere una robustezza molto elevata.

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“ok, la dieta ha funzionato”

Sul capitolo “robustezza” vale la pena di spendere qualche parola in più.
Questo è il pensiero di Marco, titolare di Landmark.works:
“Bisogna chiarire cosa ci si aspetta dal nostro paramotore: se serve come protezione dai sassi o dalle botte tipiche della guida fuoristrada è un conto, se invece pretendiamo che resista da solo all’atterraggio di 200 kg di moto su un sasso che sta 1 metro sotto, magari di traverso, allora la cosa può essere diversa.
E questo vale per tutti i paracoppa per l’Adventure 950/990.
Il tallone d’Achille sta nel fatto che nella nostra bella motina non c’è una culla del telaio a fare da appoggio anche lateralmente.
Il lavoro lo fanno SOLO gli attacchi e soprattutto il puntone di appoggio sul carter motore, ma il telaio ad aiutarti non c’è…”

Questo per capire quali sono i limiti strutturali di un paracoppa per questa moto, cosa può fare e cosa no.

Detto questo, c’è da sottolineare il fatto che la forma più “sfuggente” permette una migliore scorrevolezza sugli ostacoli in caso di uso gravoso, ad esempio nei canali o sulle pietre.
Al tempo stesso, il fatto di essere più largo dell’originale dovrebbe eliminare il problema dell’effetto “tsunami” nei guadi (ovvero il ritrovarsi sommerso dall’acqua che sale dal basso) ed aumenta la protettività dei carter. Come si può vedere dalle foto, sono entrambi ben riparati, soprattutto quello sinistro.
Le due feritoie frontali assicurano un buon flusso d’aria al basamento e, soprattutto, al regolatore di tensione (che ringrazia sentitamente).

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Il montaggio è semplicissimo, si utilizzano le viti e i gommini dell’originale, questione di pochi minuti.

Che aggiungere?
Ah, si. L’ho già detto, ma è bellissimo 🙂

Difetti?
Si, uno, di poco conto.
Se, come me, avete i piedini di fata (46), vi può capitare di urtare con la punta del piede sinistro nel lembo che protegge il carter, forse un po’ troppo vicino alla leva del cambio..

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“bello bello bello in modo assurdo” (cit.)

 

Insomma, non lasciatevi spaventare dal prezzo, questo prodotto è di un’altra categoria rispetto ai classici paracoppa in alluminio e si tratta di un oggetto studiato e costruito in Italia (e, soprattutto, realizzato a mano).
E se avete lo scarico con i collettori a passaggio basso, ne esiste una versione apposita.

A proposito della costruzione, ora vi racconto qualcosa in più su come viene realizzato, o meglio ve lo faccio raccontare direttamente dal produttore .. 🙂

La tecnologia utilizzata è quella del “sottovuoto per infusione”, non si utilizza l’autoclave.
Si impiegano resine specifiche che polimerizzano a temperatura ambiente (comunque oltre i 20°C) ma necessitano di una post polimerizzazione del prodotto finito, una sorta di “stagionatura”, a temperature più elevate.
Molto brevemente: si laminano i vari tessuti a freddo, aggiungendo opportuni tessuti ausiliari (che aiutano il processo ma poi vanno buttati) poi si realizza il sacco del vuoto prevedendo un’aspirazione dell’aria da una parte e un ingresso per la resina dall’altra.
Si tappa quest’ultimo, si aspira l’interno del sacco facendo il vuoto e dopo aver controllato che tutto sia a posto si apre il condotto di ingresso della resina che viene richiamata all’interno del sacco andando ad impregnare i tessuti.
Al momento opportuno si chiude l’ingresso della resina e si tiene l’aspirazione attiva fino alla polimerizzazione.
In questa fase ci sono un po’ di variabili da tenere d’occhio e con le quali giocare (pressione, temperatura ecc..).
Poi, a estrazione avvenuta, si passa alla “stagionatura”.
Questo sistema si utilizza per grandi pezzi (es. pale dei generatori eolici) o dove non è conveniente l’utilizzo dell’autoclave (che rappresenta un grosso investimento). ll controllo della quantità di resina nel manufatto è comunque molto buono.

Rispetto alla polimerizzazione in autoclave, abbiamo i seguenti vantaggi/svantaggi.

Vantaggi: Basso investimento iniziale, nessun problema di scadenza dei prodotti, la laminazione dei materiali è a freddo e non ha limiti di tempo perchè la resina viene immessa alla fine.

Svantaggi: laminazione dei materiali asciutti più complessa e delicata, tempi di lavorazione e cicli di polimerizzazione più lunghi (quindi produttività più bassa). In generale serve una maggiore attenzione durante tutto il processo

Alcune immagini della lavorazione:

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Posizionamento dell’anima poly-kevlar sullo stampo

Il pezzo chiuso all'interno del sacco a vuoto

Il pezzo chiuso all’interno del sacco a vuoto

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L’avanzamento della resina