Il mio regno per un relè (vacanze 2019) – seconda parte (dai, è anche l’ultima)

(segue da qui)

Scendiamo dal castello, facciamo 3 chilometri e prima di essere fuori da Karlovac vedo la spia del regolatore di tensione che lampeggia furiosamente di un rosso acceso.
Subito dopo la moto si spegne come successo prima, senza alcun segno di vita.
Per fortuna siamo vicini all’ingresso di una stazione di servizio, tiro la frizione ed entro, fermandomi al coperto per ripararmi dalla pioggia.
Tolgo l’antipioggia, prendo le chiavi e apro il paracoppa.
E’ chiaro, a questo punto, che non è un problema del connettore.
Tocco il fusibile principale e sembra tornare un barlume di vita, anche se molto instabile.
Ipotizzo che le lamelle del portafusibile risentano un po’ degli anni, così recupero un fusibile nuovo, una bomboletta di sacro WD40 e provo a pulirle un po’ e ad avvicinarle per migliorare il contatto elettrico.
Pare funzionare, la moto è viva.
Ci rivestiamo e proseguiamo verso sud, ma è innegabile che adesso guidare non è più come prima.. l’occhio corre continuamente alla spia del regolatore per essere pronto ad agire nel caso si interrompesse l’alimentazione, guido sperando che la moto non si fermi in qualche posto sperduto.
L’ansia si insinua come un tarlo, e anche se con il passare dei chilometri si fa sentire un po’ meno rimane sempre lì ad impedirmi di godermi la strada.
Ci dirigiamo verso i laghi di Plitvice e all’altezza di Grabovac li dribbliamo allegramente (li abbiamo già visitati) girando verso Vaganac per poi andare alla base aerea di Željava.
Quando siamo praticamente arrivati ci troviamo a passare da un incrocio senza segnalazioni e rallentiamo per cercare di capire dove andare, quando un anziano signore che passeggiava in strada vedendoci arrivare alza il bastone e lo agita verso la giusta direzione, avendo già intuito cosa cercavamo.. 🙂
La macchina della polizia ferma in una piazzola d’asfalto ci fa capire che siamo arrivati, ed infatti avvistiamo in mezzo alle piante la famosa carcassa dell’aereo, ricoperta di adesivi lasciati dai motoviaggiatori e non solo.
Chiediamo agli agenti il permesso di visitarla, curiosiamo un po’ e facciamo qualche foto, riflettendo sul fatto che quello che stiamo osservando e il terreno su cui camminiamo sono le testimonianze di una tremenda guerra che solo vent’anni fa ha sconvolto questi splendidi luoghi, proprio accanto a casa nostra.

Per approfondimenti sulla base, oltre alla pagina di Wikipedia (in inglese), potete dare un’occhiata qui

http://guardoilmondodaunoblo.it/2016/08/19/la-base-militare-zeljava-nel-confine-croato-bosniaco/

Visto che il tempo sembra migliorare, prima di raggiungere Otocac ci concediamo una sostanziosa pausa pranzo in un posto ganzissimo, il Big Bear Plitvica Camping Resort (un campeggio con quasi 100 unità abitative, la possibilita di mettere le tende e un ottimo ristorante annesso, https://plitvice-resort.com/it/ ) e decidiamo di visitare i vecchi mulini alle sorgenti del fiume Gacka, un tempo utilizzati dagli abitanti per macinare il grano, far funzionare le segherie e le attrezzature per lavorare le stoffe.
Arriviamo ad Otocac nel primo pomeriggio e ne approfitto per fare un po’ di manutenzione alla moto.
Mentre controllo il livello dell’olio e ingrasso la catena, un bel gattone socializza con Teresa e se ne impadronisce. Teresa, a cui i gatti piacciono “con moderazione”, si innamora letteralmente del felino, che noncurante della sua diffidenza le sale in braccio e si accomoda ronfando come se nulla fosse.
La casa dove pernotteremo non è la più bella, ma è sicuramente la più caratteristica incontrata.
Probabilmente era l’abitazione dei genitori della signora che ci ha affittato l’appartamento, e dentro ci sono ancora i mobili e gli oggetti del tempo, compreso un minuscolo televisore a tubo catodico da 14 pollici..
L’accoglienza, però, è ai massimi livelli.
Ci fanno trovare il pane appena sfornato, i pomodori e l’uva raccolti nell’orto, i liquori fatti in casa, e del meraviglioso formaggio, sempre home-made.
Con queste premesse, di cenare in giro non se ne parla proprio.. usciamo a gironzolare per il paese, facciamo spesa, ci fermiamo in uno dei tantissimi bar (veramente una quantità spropositata per un posto così piccolo) a bere un paio di birre e ci cuciniamo una cena con i fiocchi.
Il mattino successivo troviamo ad accoglierci un bel sole e i pancakes preparati dalla signora, che ingurgitiamo (non tutti, erano veramente troppi) nonostante avessimo già fatto colazione.
La nostra destinazione è Sibenik, sulla costa, dove passeremo le ultime due notti prima di rientrare, e per arrivarci abbiamo adocchiato la strada che attraversa il parco Nazionale Velebit, la Velebit Road.
I primi 30 chilometri sono di asfalto (malmesso) e immersi nel verde, la seconda parte dovrebbero essere altrettanti chilometri ma di sterrato.
Visti i precedenti, per evitare di peggiorare la situazione della moto decidiamo a malincuore di evitare lo sterrato.
Saggia decisione, visto che non siamo ancora usciti da Otocac e la moto si spegne di nuovo.
Solita procedura, ma stavolta ci metto un po’ a trovare il punto in cui il contatto sembra stabile.
Metto degli spessori per limitare i movimenti del fusibile e ripartiamo, col sottoscritto incazzato come una biscia.
I chilometri da fare non sono molti, circa 260, ma non vorrei doverli fare a singhiozzo o, peggio, dover chiamare un carroattrezzi da qualche posto sperduto in mezzo alle montagne..
Mentre i chilometri scorrono, nonostante l’occhio cada inevitabilmente e inesorabilmente sulla spia del regolatore, mi tranquillizzo un poco e riesco a godermi un po’ i paesaggi, veramente belli.
Sibenik ci accoglie con il classico stile dei posti “vacanzieri”, ovvero un po’ tamarro.
Parcheggiamo la moto in un posto al coperto che “tranquillo, non la tocca nessuno, però la borsa dietro toglila che è pieno di ubriachi” e prendiamo possesso dell’appartamento, in pieno centro.
Usciamo ad esplorare la città, ma la prima impressione non è delle migliori.. troppo turistica, troppa gente e quella sensazione di “patinato” che ormai mal sopporto.
Visto che la visita al Krka park richiede parecchio tempo per essere fatta a dovere, il giorno successivo decidiamo di non usare la moto e optiamo per prendere delle mtb elettriche con cui gironzolare un po’.
Ne approfitto per andare nel paese vicino in un officina KTM per vedere se riescono a risolvere il problema (ovviamente no) e fare tappa al brico a recuperare un po’ di materiale per tentare un bypass nel caso in cui il relé di avviamento decidesse di abbandonarmi definitivamente.
Poi ci lanciamo nell’esplorazione della penisola antistante la città, fra sterrati e viste panoramiche mozzafiato. Non avevamo mai guidato una mountain bike a pedalata assistita, e devo ammettere che ci siamo divertiti come dei bimbi scemi 😀
Teresa addirittura andava più forte in bici che in moto.. ^_^
Alla fine mi riconcilio anche po’ con la spiacevole sensazione che mi aveva assalito appena arrivato, alla fine la città è bella, serve solo conoscerla un po’ meglio e prenderci le misure (e magari non arrivarci incazzati come vipere..).

Per l’ultima tappa, quella che ci porterà a Spalato per prendere il traghetto, avevo riservato pochi chilometri visti i problemi.
Ma quando partiamo la moto (che nessuno aveva toccato, per la cronaca) sembra andare bene e non manifesta incertezze con l’avanzare dei chilometri, quindi mi faccio coraggio e decido di allargare il percorso per andare a vedere la sorgente del fiume Cetina, detta anche “Occhio della terra”, una grotta carsica profonda circa cento metri da cui nasce il corso d’acqua che assume incredibili sfumature di blu e che vista dall’alto ricorda proprio un occhio. Un posto incredibile!
Per arrivarci attraversiamo l’entroterra della Dalmazia, quello meno battuto dalle rotte turistiche, aspro ma affascinante.
E per pranzo ci concediamo una pausa in una trattoria lungo la strada, di quelle col parcheggio per i camion, che non tradisce le aspettative 🙂
Un rapido passaggio a Trau, giusto il tempo di una birra per rinfrescarsi, poi filiamo dritti al porto di Spalato e ci mettiamo in coda per salire sul traghetto.
Mentre aspettiamo facciamo amicizia con gli altri 990-dotati, Filippo e la sua ragazza, e mentre racconto dettagliatamente le peripezie ci fanno salire.
Un pessimo presentimento mi assale, infatti imbocco la rampa e appena finiti i dossi e arrivato in cima la spia del regolatore inizia a lampeggiare e la moto muore di nuovo.
Poco male, la prendo con filosofia.. ormai sono sul traghetto, il grosso è fatto.
La parcheggio spingendola a mano e chiamo immediatamente il concessionario KTM ad Ancona, chiedendo se hanno disponibile il maledetto relé di avviamento.
Mi dice che non lo sa perché i computer del magazzino sono spenti ma che è vicinissimo al porto, di chiamarlo se non riesco ad andarci e che in qualche modo anche se non ha il ricambio disponibile mi sistema la moto.
Con l’animo sollevato passiamo la serata fra chiacchiere e birre, e la mattina dopo Filippo mi fa da supporto morale mentre cerco di far funzionare il maledetto relé per l’ultima volta.
Dopo una ventina di minuti riesco a far partire la moto, saluto i ragazzi e vado in concessionaria, percorrendo 3 chilometri carichi di ansia.
Un’ora e mezzo dopo con la moto sistemata imbocchiamo la via del rientro, via che ovviamente allungo percorrendo stradine MOLTO secondarie per godermi un po’ di chilometri senza pensieri.
Alla fine la 990, in qualche modo, ci ha riportato a casa. Ed è vero che gli inconvenienti fanno parte dell’avventura, che se tutto filasse sempre liscio ci sarebbe meno gusto, ma stavolta non era il momento, avevo bisogno di godermi la spensieratezza, il vento, i chilometri, i paesaggi, gli odori, i profumi, nient’altro.
Così, impulsivamente, il mattino successivo ho fatto una telefonata.
Ma questa è un’altra storia, l’inizio di un nuovo capitolo..