…goodbye Leela!

Ebbene sì, alla fine l’ho lasciata andare.
Dopo 150.000km percorsi in giro per l’Europa e una pausa lunga più di un anno in garage, anno in cui spesso ho biascicato senza troppa convinzione “adesso provo a venderla” a chi mi chiedeva sue notizie (per poi non provarci assolutamente) un paio di giorni fa Leela se n’è andata con il suo nuovo proprietario.
E in effetti non ci ho provato molto, a venderla.
La mia parte razionale mi diceva che era inutile tenerla lì ferma, e che assicurarla per poi usarla due volte all’anno avrebbe avuto ancora meno senso.
Ma la mia parte emotiva, evidentemente, non voleva separarsene.
E’ strano attaccarsi in questo modo ad un mezzo meccanico, in fondo non è la prima volta che cambio moto, ma con lei è stato diverso.
Ha cambiato completamente il mio modo di vivere le due ruote, mi ha aperto orizzonti nuovi che non finivano con l’asfalto, mi ha fatto scoprire modi nuovi di esplorare il mondo.
Sapevo che c’era, che potevo fidarmi di lei, che poteva fare tutto quello che le chiedevo.
Una simbiosi perfetta.
Però era davvero tempo di donarle una seconda vita, come quella che le darà Jacopo, il suo nuovo proprietario.
Il suo entusiasmo (che in qualche modo ho percepito fin dal primo scambio di messaggi) è stato proprio la molla che mi ha spinto a dire “ok, lui potrebbe essere quello giusto”.
Non nego che caricarla su quel carrello e vederla andar via è stato un momento molto forte, ma sono contentissimo che sia andata in buone mani, che la sapranno apprezzare.
Goodbye Leela, ci vediamo in giro 😉



“Less is more” (l’arte di preparare i bagagli).

Ok, finalmente ci siamo.
Dopo un lungo tribolare, qualche punto di sutura (questa magari poi ve la racconto in un altro momento) e l’incertezza di riuscire o meno ad avere un po’ di ferie, domani riusciremo a mettere la roba in moto e fare qualche giorno a zonzo.
Abbiamo deciso che resteremo in Italia, zona Abruzzo-Marche-Molise (con una probabile scappatella sul Gargano) con ritorno da definire.
Nove giorni scarsi, ma abbiamo intenzione di goderceli tutti.
Nei mesi precedenti, in periodo di partenze, girovagando sui social ho visto cose inverosimili per quanto riguarda i bagagli per andare in ferie.
Gente che per una settimana, oltre alle valigie, si è caricata di bauletti delle dimensioni di un bilocale, con sopra legate sacche impermeabili in grado di contenere a loro volta il necessaire per decine di giorni.
E andavano in albergo.
Ora non sono qua a dire cosa bisogna o non bisogna fare, ognuno è liberissimo di agire come vuole e magari portarsi in ferie secchiello, paletta e la collezione di francobolli rilegata, ma tanto, troppo spesso, la gente si carica di cose totalmente inutili che non userà mai perdendo moltissimo in piacere di guida e impazzendo per caricare e scaricare la moto.
Col passare del tempo ho imparato a viaggiare con meno cose, chiaramente selezionate, e ho voluto scrivere queste righe (spero utili a qualcuno) per favi vedere la roba che ho messo in valigia per un giro di 9 giorni con il meteo di fine settembre, quindi presumibilmente variabile.

Eccola, nella foto.

Vado ad elencare il contenuto 🙂

1 – La borsa per contenere il tutto, da mettere in valigia. Una sacca Decathlon ripiegabile da 35 litri.

2 – Scarpe (sportive e adatte anche per eventuali camminate) e ciabatte.

3 – Impermeabile-antivento pieghevole e (molto) compattabile.

4 – quattro magliette di cotone

5 – Camicia a maniche lunghe leggera e a rapida asciugatura

6/7 – Due paia di pantaloni, uno in cotone e l’altro da trekking, entrambi separabili per poterli usare anche come pantaloni corti. Cintura “minimal” con scompartimento a cerniera per (eventualmente) nascondere dei soldi d’emergenza.

8 – Softshell antivento (eventualmente da usare in combinazione con l’impermeabile)

9 – Borsa a tracolla ripiegabile, per poter portare dietro la macchina fotografica (e altro) quando si va in giro.

10 – Tutto il necessaire per il bagno, medicinali per le piccole necessità e un kit di ago e filo per riparazioni al volo.

11 – Power bank/Jump Starter

12 – Caricabatterie con uscite usb, cavetti vari, schede di memoria, lampada da testa (sempre utile) e coltellino svizzero.

13 – Asciugamano in microfibra, in albergo non serve ma non si sa mai 🙂

14 – 4 paia di mutande, 3 paia di calzini, fazzoletti, calzini di ricambio per la moto.

15 – Tablet (per preparare i percorsi GPS, leggersi qualcosa ed eventualmente scaricare le foto dalla macchina fotografica nella pendrive).

16 – Pantaloni corti ultraleggeri, da usare anche come costume.

17 – Cassa bluetooth (immancabile!).

Tutto qua.
Ovviamente ogni tanto c’è da lavare qualcosa, ma non è un grossissimo problema (tanto poi per asciugare in moto c’è la sacca “Ride’n Dry” di Guglatech, di cui parleremo in seguito).
Ah, nella foto manca la cartina stradale per spulciarsi le strade e preparare i percorsi per il giorno successivo, che ovviamente porterò con me. 🙂

Siamo pronti! ^_^

Review: Enduristan Hurricane 15

Lo ammetto, non ho mai avuto una grandissima simpatia per gli zaini in moto.
Li ho sempre trovati scomodi e stancanti da portare, pur riconoscendone l’utilità per avere a portata di mano piccoli oggetti (tuta antipioggia, kit per riparare le gomme, il panino per la merenda e via dicendo).
Quindi negli anni gli unici zaini che ho usato sono stati quelli piccoli per metterci dentro la sacca dell’acqua, per me fondamentale in estate.
Poi, visto sui vari forum che in molti usavano zaini con soddisfazione, ho pensato “ma vuoi vedere che ne esistono anche costruiti come si deve?”, mi son deciso a fare una pazzia (visto che il costo non è proprio popolare) e comprarne uno serio.
La mia scelta è caduta, dopo aver valutato le varie possibilità, su quello prodotto da Enduristan, precisamente il modello Hurricane 15.
Uno zaino quindi non troppo grande, perfetto per le mie esigenze (ne esiste anche una versione più grande, da 25 litri).
Non ho mai avuto prodotti Enduristan ma avevo avuto modo di toccarli con mano all’EICMA e li avevo trovati eccellenti, sia come materiali che come funzionalità.
Le soluzioni adottate sono molto pratiche e pensate specificatamente per i motociclisti, e si vede.
Lo zaino è realizzato con un tessuto piuttosto “consistente” e con cerniere impermeabili, elementi che ad una prima presa di contatto ci fanno un po’ storcere il naso perché non si tratta di un prodotto leggerissimo: lo scotto da pagare per avere resistenza, sia agli agenti atmosferici che agli impatti, e per avere uno zaino che non teme l’acqua.
Lo sporcate di polvere o di fango?
Chiudete la cerniera, prendete la canna dell’acqua e lo lavate.
Le vostre cose all’interno resteranno asciutte, così come lo resteranno in viaggio.
A proposito di interni, oltre allo scomparto classico troviamo una tasca delle dimensioni (circa) di un tablet con sovrapposta una tasca a rete abbastanza grande, mentre dall’altro lato troviamo una piccola tasca a rete, un portachiavi staccabile, un pratico scomparto porta penne ed una tasca porta documenti chiusa con cerniera.


Un’ulteriore tasca “segreta”, ideale per nascondere soldi e carte di credito, è situata a contatto con la schiena, e se non se ne conosce l’ubicazione è davvero difficile notarla.
A proposito della parte posteriore, c’è da dire che l’imbottitura è molto comoda, aderisce perfettamente alla schiena senza alcun fastidio e al centro presenta una scanalatura che lascia passare un po’ d’aria.
Passando all’esterno, troviamo una tasca a rete chiusa con velcro, una piccola rete elastica e due scomparti laterali apribili dove è possibile mettere borracce e bottiglie (quindi volendo anche una piccola scorta di benzina, chiusa in contenitori idonei).


Da segnalare anche che tutte le scritte sono riflettenti, un piccolo aiuto per la sicurezza.
Ma il vero punto forte di questo zaino è la possibilità di cucirselo addosso indipendentemente dalla corporatura e dal carico.
Tutto è regolabile, dagli spallacci (che possono rientrare e fuoriuscire dallo zaino quanto serve per adattarli a seconda che si indossi una voluminosa giacca da moto col paraschiena o una semplice t-shirt) al comparto principale, comprimibile tramite appositi lacci che all’occorrenza possono anche essere utilizzati per trasportare altro, come una giacca arrotolata.

Fa caldo? Si toglie la giacca, si arrotola e si lega allo zaino!


Una volta indossato e regolato lo zaino, quasi ci si dimentica di averlo, anche stando ore in sella.
Quando ho partecipato alla L.A.W. ad esempio, l’ho indossato per due giorni in fuoristrada, per oltre otto ore di moto giornaliere, senza il minimo fastidio, e avevo pure con me due litri e mezzo di acqua.
Già, perché lo zaino è predisposto per la sacca idrica, alloggiata esternamente fra lo schienale e lo scompartimento principale, in modo da non dover aprire la cerniera principale per toglierla o riempirla.


Potete usare quella che volete, ma io ho scelto di comprare quella specifica (la Hydrapack da 3 litri) perché è leggerissima, ben costruita e studiata in modo da seguire la conformazione dello schienale, rimanendo più schiacciata al centro.
C’è poco da aggiungere, questo zaino è così versatile che una volta provato diventerà (per molto tempo, visto che sembra costruito per durare a lungo) il vostro compagno di avventure preferito sia in moto che, una volta scesi, nelle escursioni cittadine e non. 🙂
Ah, se lo comprate vi regalano anche la “patch” personalizzata da attaccare all’esterno col velcro 🙂
Da scettico qual’ero, devo ammettere che l’Hurricane 15 è promosso a pieni voti. Gran prodotto!

Zaino: Enduristan Hurricane 15
Sacca idrica: Hydrapack

I fought the L.A.W. (and i’ve won!)

Ok, niente da eccepire, questo 2020 è un anno complicato sotto molti aspetti e, soprattutto, costellato di sfighe varie che hanno limitato i giri in moto (finora) all’ormai celebre “turismo di prossimità”, poetico ma limitante.
Nonostante tutto però sono riuscito a ritagliarmi un piccolo spazio di tre giorni all’inizio di Agosto per partecipare ad un evento particolare, di cui adesso vi racconto.
Il tutto è nato nel periodo immediatamente successivo all’ormai tristemente famoso “Lockdown” quando, una volta definite le linee guida da rispettare, timidamente iniziavano a spuntare in giro le idee per le prime manifestazioni motociclistiche di gruppo.
Così siamo venuti a conoscenza della L.A.W. (ovvero Lazio Adventouring Weekend) che si sarebbe tenuta il primo weekend di Agosto, e alla cui organizzazione stava pertecipando un nostro amico assieme al motoclub “Run X Fun” di Bassano in Teverina.
La locandina si presentava così..

Dopo un rapido consulto in un gruppo whatsapp io e un gruppetto di amici, orfani di uscite ed avventure in moto a causa del Covid, abbiamo deciso di aderire con entusiasmo ad un evento.. di cui non sapeva praticamente nulla! 🙂
Versata la caparra con largo anticipo, abbiamo iniziato a porci un po’ di domande quando è arrivata la terribile ondata di caldo che ha investito l’Italia. Soprattutto quella centrale.
In pratica è emerso che le uniche cose certe erano di dover fare quasi 500km di offroad, in due giorni, da qualche parte fra Lazio e Umbria. Con temperature che si prospettavano drammatiche (la scritta sulla locandina “Paura del caldo estivo? vieni con noi AL FRESCO fra i monti di Lazio e Umbria”, chissà perché, non ci dava troppa fiducia).
Nonostante tutto non ci siamo lasciati spaventare e così ci siamo trovati in prossimità del fatidico venerdì, giorno del ritrovo a Viterbo.
Sembrava tutto perfetto: Gabriele e Massimo, che partivano dal Piemonte, avevano affittato un furgone su cui caricare 3 moto, perché al ritorno avrebbero dovuto portare anche la KTM di un loro amico che li avrebbe raggiunti dopo il L.A.W. per fare un corso offroad, e io avrei approfittato del posto libero all’andata.
Sembrava.
Il giovedì, quando sono arrivati a caricare le moto, si sono accorti che far stare due 1090R e una 1290R nel furgone non sarebbe stato affatto semplice.
Nonostante tutto, metro alla mano, smontando lo smontabile ed eliminando tutte le sporgenze (tipo lo scarico) alla fine ci siamo riusciti, anche se precisi precisi.

Sembrano pigiate a forza. E lo sono..

Un paio di giorni prima dell’evento son state fornite le tracce agli iscritti, in modo da darci il tempo di verificare che fossero a posto e caricarle nei nostri dispositivi di navigazione.
Dispositivi che spaziavano dai Garmin per escursionismo ai tablet, passando per navigatori più o meno stradali e smartphone di varie epoche.
A volte montati sulle moto tutti insieme.
Quello col tablet ero io, orgoglioso del mio Samsung da 8 pollici fresco di installazione, il cui supporto però (strano, vero?) non è sopravvissuto alle pietraie del secondo giorno.
Ma andiamo con ordine.
Il venerdì sera a Viterbo, a cena, ci vengono consegnate le tabelle portanumero, le maglie da off fatte per l’occasione, un po’ di gadget, e un preziosissimo foglio riportante le soste, i benzinai, alcuni punti “particolari” e i rispettivi chilometri dalla partenza.
Luca Viola (mister “Run X Fun”) si cala subito nei panni del “poliziotto cattivo”, facendo le raccomandazioni di rito e soffermandosi su due punti in particolare: cosa NON fare e cosa avere con se in ogni caso, ovvero il necessario per riparare le forature, specificando che se qualcuno fora e non ce l’ha si arrangia perché il mezzo di soccorso serve ad altro.

Ci parla anche della traccia dell’indomani, specificando che si sarebbe trattato di un percorso scorrevole ed esplorativo, senza particolari difficoltà, da gustarsi anche in solitaria. E ci dice che seguendo la traccia, dopo il primo guado, avremmo dovuto prestare attenzione perché c’era il pericolo di infilarsi nel sentiero sbagliato, “ma navigare vuol dire anche osservare l’ambiente circostante, se fate attenzione vedrete che ho ammucchiato delle legna a fianco del sentiero giusto da prendere”.

Tutto chiaro.

Partiamo, ci infiliamo nel guado infoiati come Rambo quando scappa con l’XT (c’era il fotografo, mica vuoi fare brutta figura), e dopo un paio di chilometri ci troviamo tutti ammucchiati in un campo a girare in tondo come le giostrine per i bambini con i cavalli e lo scopino in testa.
Ovviamente nessuno aveva notato il mucchio di legna.
Lesson learned, andiamo avanti 🙂
Un’africa Twin nuova di pacca (due giorni di vita) incappa nella prima e unica foratura della giornata.
La moto di serie esce con le camere d’aria, ma il proprietario decide che è sufficiente una bomboletta. Che, stranamente, non funziona.
Nessuno di noi aveva il necessaire per cambiare la camera (tutti tubeless), così telefoniamo ai ragazzi dell’assistenza che molto fraternamente ci dicono di lasciarlo lì ad arrangiarsi, come da copione.
Lo lasciamo mentre cerca di tornare in paese e proseguiamo.
Il resto del percorso scorre effettivamente molto bene, senza grosse difficoltà e fra panorami molto belli.
Peccato per la caduta di Enzo nel fango, che lo costringe a ricorrere ai soccorsi e ad una lastra all’ospedale.
Per fortuna non ci sono fratture e in qualche modo riesce a godersi un giro su strada il giorno successivo, pur zoppicante e abbigliato con uno stivale e una scarpa chiusa col nastro americano 🙂

Quando si dice la sfiga. Tanta sfiga.

Ovviamente, pur non essendoci una classifica ufficiale, era scattata una specie di gara fra noi del gruppo 10Hp, soprattutto tra quelli con le KTM (io, Massimo e Gabriele) e i due amici possessori di pachidermi ipertrofici (GS1250 e Tiger 1200), ovvero Giulio e Matteo, motivatissimi.
Il trio Arancione, arrivato quasi a fine traccia con un discreto vantaggio, decide di concedersi una sosta a Città della Pieve per bere qualcosa e sfuggire un po’ alla tremenda canicola (qualcuno aveva scritto “Fresco”?).
Il risultato del nostro prendersela comoda è che il duo antagonista arriva prima di noi a destinazione e io vengo rapinato da un simpatico barista del centro che mi fa pagare VENTISEI FOTTUTI EURO per tre birre e gazzosa, sei biscotti assortiti e una bottiglietta d’acqua.

Ovviamente parte lo sfottò ad altissimi livelli, come potete immaginare.

La sera a cena il poliziotto cattivo ci parla della traccia del giorno dopo.
Ci dice che sarà molto più tecnica, con punti parecchio impegnativi, ci consiglia di andare “in coppia”, e si sofferma in maniera sospetta su un passaggio del foglio consegnatoci il giorno prima.
Che recita più o meno “al km 181 troverete una salita sulla sinistra. Se siete stanchi e non vi sentite sicuri, NON fatela, perché i 30-40km successivi saranno LA MORTE” (forse non c’era scritto esattamente così, ma il senso è quello).
La maggior parte delle persone, già sfinite dal caldo terrificante del pomeriggio, tira fuori il telefono e con nonchalance inizia a consultare la mappa per vedere la strada alternativa ed eventuali centri commerciali dove concludere al fresco la giornata facendo shopping..
Viste le premesse decidiamo, saggiamente, di non ubriacarci e andare a letto ad un orario ragionevole.
La mattina per me comincia nel migliore dei modi alle 5.30 circa, quando mi alzo dal letto per andare in bagno e sento un dolore familiare al piede, che significa “attacco di gotta imminente”.
Cerco nella borsetta la pasticca magica, ma non la trovo. Mi sovviene che erano scadute e le avevo buttate.
Niente panico, mi infilo lo stivale bestemmiando divinità semisconosciute, alle sette parto zoppicante dall’hotel e vado in centro ad Orvieto a cercare la farmacia di turno.
Parcheggio vicinissimo, violando una dozzina di ZTL e altrettanti articoli del codice della strada, e telefono al numero scritto sulla porta.
Mi dice che sì, il medicinale ce l’ha, e sarà lieto di darmelo alle NOVE quando apre.
“Guardi, non mi sono spiegato, mi serve adesso”, e continuo spiegandogli che il dolore era già molto, che sarei dovuto partire per un non precisato “Rally”, e via dicendo.
Si muove a compassione, scende, mi da le medicine e mi fa pure lo sconto motociclisti.
Alle 8 meno cinque rientro in albergo (sempre zoppicante, ma con ampie prospettive di miglioramento grazie alla superpasticca), recupero i due compagni di merende e partiamo con gli occhi iniettati di sangue per andare a riprendere ed umiliare gli altri, che approfittando della mia temporanea defaillance se n’erano andati di gran carriera.

Li troviamo alla prima salita “tosta”, nella zona dei calanchi, una salita costellata da canali dove il GS di Giulio giace spiaggiato come una megattera.
Da brave persone quale siamo ci adoperiamo per sistemare la cosa, se non fosse che il GS non collabora (grazie mille, assistente alla partenza in salita) e lo dobbiamo rialzare un numero imprecisato di volte (avendo cura, prima, di disattivare la chiamata d’emergenza che parte in automatico. Ogni volta. Sigh!).
Al termine dell’operazione siamo già tutti cotti come avessimo fatto una mezza maratona, col povero Gabriele che assume sfumature di rosso vermiglio.
Ha le batterie a zero, e infatti dopo aver capitolato sulla salita decide di proseguire con i percorsi facili.
Io e Massimo invece superiamo la salita senza grossi problemi (ebbene si, me la sto un po’ tirando) e decidiamo di andare avanti come da programma.
La traccia in effetti si presenta decisamente più impegnativa della precedente, ma anche più gratificante.
Facciamo una pausa pranzo veloce a metà del percorso nel bar di un benzinaio, dove mi concedo un tristissimo e improbabile tramezzino “gamberetti e salsa rosa”, e dopo aver riempito il camel bag ripartiamo.
Piccola nota: in tutto il giorno avrò bevuto non meno di 8 litri d’acqua, esclusa quella a cena.. 😦
Il caldo si fa insopportabile, viaggiamo verso i 38-39 gradi costanti, ma si va avanti.
Arriviamo al famigerato chilometro 181 e ci fermiamo un attimo per valutare quante forze abbiamo.
Massimo è fresco come una rosa, io sfatto come un punkabbestia all’Arezzo Wave negli anni d’oro.
Ma posso farcela. Ingurgito una di quelle bustine (piene di non si sa cosa) che usano i ciclisti, e poi.. gas!

Beh, i tratti che seguono si rivelano effettivamente tanto belli quanto difficili.
Soprattutto quella maledetta pietraia in discesa di qualche chilometro con sassi smossi e pendenza almeno del 20 per cento, dove più volte ho pensato “ma chi cazzo me l’ha fatto fare”?
Sopravvivo in qualche modo, e mi sento il Chris Birch dei poveri.
Sempre su una pietraia, ma in salita, sento un rumore strano proveniente dalla zona della strumentazione. Mi fermo e noto un gioco strano del tablet: il fighissimo supporto alimentato della Ram-Mount, pagato nemmeno poco, sta tirando una crepa niente male.
Butto su una fascetta calcolando attentamente il punto di applicazione e riparto. La fascetta tiene benissimo, ma ovviamente dopo pochi chilometri cede il fermo superiore, e su una strada bianca il tablet se ne vola via.
Inspiegabilmente lo prendo al volo in perfetto stile circense (stile più simile ai Bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo che al Cirque du Soleil, manco a dirlo) , mi fermo, butto altre fascette a caso e proseguo.
Gli ultimi chilometri li facciamo a ritmo blando, la stanchezza inizia a farsi sentire e la temperatura (abbiamo visto i 40,5 gradi) non ci da tregua.
Ci rinfreschiamo in un abbeveratoio e percorriamo l’ultimo tratto, arrivando in largo anticipo rispetto alle previsioni alla sede di Run X Fun.
Mentre già pregustavo una doccia fresca e un’oretta di sonno prima di cena, ci dicono che dobbiamo aspettare gli altri per la cerimonia finale e le foto.
Volevo morire.
Abbiamo messo le stanche membra sotto la doccia due ore e mezzo dopo..

Ad ogni modo, io e Massimo siamo stati gli unici a completare tutto il giro, e questa è stata una bella soddisfazione. Anche perché eravamo fra quelli “diversamente giovani”.. 🙂

L’esperienza, pur migliorabile in alcuni aspetti (era la prima edizione, e Luca ha ascoltato attentamente i suggerimenti dei partecipanti) è stata veramente bella ed intensa, sia per i posti visitati, sia per i percorsi appaganti, sia per le persone conosciute.
E, soprattutto, ha fatto sbocciare l’amore definitivo fra me e la 1090R.
Da quando l’ho presa ero riuscito a farci solo un po’ di sterrato, in zone più o meno conosciute, quindi non sapevo come si sarebbe comportata in una situazione più impegnativa. Era una moto tutta da scoprire e con una predecessora (sì, suona male ma è corretto, tranquilli) importante, la 990R.
Beh, devo dire che la moto si è comportata stupendamente le sospensioni si sono rivelate efficacissime, il motore docile e progressivo (mappatura OFFROAD), e addirittura l’ho trovata più efficace e fisicamente meno impegnativa della 990.
Forse nel fuoristrada estremo la vecchia Adventure R avrebbe delle frecce in più al suo arco (in primis l’altezza da terra, seguita da una maggiore escursione delle sospensioni), ma io a quel livello non ci arriverò mai, quindi per quanto mi riguarda esce vincitrice la 1090R.
Vi lascio con qualche foto, in attesa del video ufficiale in lavorazione 🙂

Quarantine shopping: borse!

Nel precedente articolo avevo scritto che dopo aver valutato diverse borse morbide avevo optato per le Offbag prodotte da Amphibious, procedendo subito con l’incauto acquisto 🙂
Le borse sono già arrivate e, come promesso (e considerato che non c’è molto altro da fare), le ho subito provate sulla moto.
Intanto, come potete vedere dalle foto (non fate caso alle varie cinghie e cinghiette da sistemare), diciamo subito che togliendo le maniglie del passeggero le borse ci stanno senza grossi problemi.
Forse c’è da mettere qualcosa di morbido sulla staffa del terminale per evitare che a lungo andare si rovini la borsa, ma per quanto riguarda la distanza non ci sono problemi (almeno con terminale aftermarket).


Passando le cinghie superiori sotto alla sella stanno anche molto ferme, ed è sufficiente una cinghia aggiuntiva nella parte anteriore per bloccarle al supporto delle pedane passeggero e renderle stabili.
Le borse (ovviamente impermeabili) sono realizzate veramente bene, il materiale sembra molto robusto, dentro ad ogni borsa è presente una tasca chiusa con cerniera ove riporre documenti importanti, la valvola per far uscire l’aria adesso è più pratica (non più a vite ma si apre e si chiude con un quarto di giro) e, cosa interessante, sono presenti delle asole e delle cinghie per poter aggiungere altre borse ed espandere la capacità di carico.


Le asole sono localizzate sopra e ci potete far passare le cinghie per metterci quello che volete, anche una piccola sacca a rotolo.
Le cinghiette invece sono nella parte posteriore (quella inclinata) ed hanno delle clip direttamente compatibili con la Multybag (e credo anche con il borsello per attrezzi e quello per il kit di pronto soccorso, Drytools e Dryaid), sempre prodotta da Amphibious, che permettono di attaccarla e staccarla con facilità.


Ora non vedo l’ora di testarle su strada, il tragitto garage-giardino non è propriamente un buon banco di prova, purtroppo.. 🙂

La moto al tempo del colera..

Ebbene si, alla fine è arrivato lo stop forzato che ci vede tutti costretti a casa con la moto in garage, inesorabilmente (e giustamente) ferma.
Che fa un motociclista bloccato a casa per cause di forza maggiore in queste giornate primaverili, oltre ad aggirarsi con sguardo assente nei dintorni del box?

Ovviamente ne approfitta per comprare cose e montarle sulla moto, installare accessori acquistati e parcheggiati per mancanza di tempo, poi magari lavarla e pulirla come si deve.
Sull’ultimo punto, lo ammetto, non vado proprio fortissimo, tant’è che lascerò l’operazione di pulizia per ultima quando non avrò veramente nient’altro da fare 🙂
In compenso vado fortissimo sugli altri due punti 🙂
Intanto ho voluto acquistare le protezioni per i carter frizione e statore, decisamente troppo esposti (soprattutto quello della frizione).
Sul mercato ce ne sono diverse, ma dopo aver cercato di capire quanto potessero essere realmente efficaci alla fine ho optato per la coppia prodotta da R&G, due begli slider in polipropilene che si installano semplicemente con due viti ed offrono un buon riparo ai sopracitati carter.

Poi finalmente ho trovato il tempo di installare i faretti aggiuntivi che giacevano da un po’ nella scatola di Amazon, insieme alle staffe di montaggio prodotte dal mio amico Rocco.
Perché diciamolo, montarli è una discreta rotta di cogl..ehm, di scatole.
Dentro al faro purtroppo non ho spazio per mettere il relè (ovviamente sono sotto chiave), dato che è occupato interamente dalle centraline delle lampade a led.
Quindi ho dovuto trovargli un posto esternamente e trovare il modo di far passare tutti i cavi senza che interferissero col movimento dello sterzo.
Alla fine ho fissato il relè con una vite sulla battola di plastica sotto al faro, quella che resta fissa (l’altra dove c’è il clacson ruota), e ho fatto passare il cablaggio più esterno possibile fissandolo con delle fascette alle sedi per le viti della mascherina stessa.
In più, ho dovuto sagomare la plastica per far uscire il cavo dei faretti.
Alla fine ce l’ho fatta, ma è servito davvero il Covid-19 perché altrimenti non ci avrei mai perso tutto questo tempo, considerato che non li ritengo nemmeno indispensabili su questa moto (il faro originale, sostituendo le lampade con quelle a led, illumina molto bene).
Certo, sono utili, soprattutto in caso di scarsa visibilità, ma se non avessi avuto tutto questo tempo da impiegare probabilmente sarebbero ancora nella scatola 😀

20200318_144605

Pronti per sparaflashare!

Altra cosa che ho fatto è costruirmi dei distanziali per togliere velocemente le maniglie del passeggero e poter usare delle borse morbide nei giri in solitaria.
Maniglie che, per la loro posizione, interferiscono con le borse “rackless”, quelle da usare senza telaietti.
Dopo aver pensato a delle soluzioni estreme (tipo far fare delle maniglie ricavate dal pieno e fissarle al portapacchi per toglierle alla bisogna) ho realizzato che avrei risolto tutto semplicemente con quattro distanziali.
In questo modo tolgo le viti, sfilo la maniglia, inserisco i distanziali e riavvito. Prima da una parte e poi dall’altra, un paio di minuti e sono operativo.
I distanziali li ho realizzati con la stampante 3D, utilizzando come materiale l’ABS con infill al 90%, spendendo una miseria.
E per le borse?
Purtroppo la posizione dello scarico limita un po’ la scelta, almeno se si vuole qualcosa che abbia un minimo di capienza (diciamo il necessario per un weekend)..
Alla fine ho optato per le OffBag prodotte da Amphibious.
Togliendo le maniglie si riesce a posizionarle bene in alto e non dovrebbero (almeno stando alle misure) stare troppo vicine al terminale, hanno 30 litri totali di capienza e si possono ampliare con borselli aggiuntivi da agganciare ai passanti.
Costano pure poco.
Appena mi arrivano faccio qualche prova e vi dico meglio 🙂
Ah, nell’ultimo weekend in cui si poteva ancora andare in moto, ho testato il cupolino rally prodotto da MST/Solid Motor.
Oltre a rendere l’aspetto della moto decisamente più aggressivo (e a me piace da matti, ma quella è questione di gusti), devo dire che svolge egregiamente il suo compito.. il rumore e le turbolenze diminuiscono drasticamente, soprattutto l’aria sulle spalle è praticamente azzerata.

Costa un po’ ma alle scimmie, si sa, non si comanda.. ^_^
Non so quando potremo tornare a viaggiare in moto, ma di sicuro sarò prontissimo. Povero, ma prontissimo ^_^

Borse Amphibious Offbag:
https://www.amphibious.it/offbag-coppia.html

Protezioni carter R&G:
https://www.rg-racing.com/browsebike/KTM/1090_Adventure/2017/ECS0101BK/
https://www.rg-racing.com/browsebike/KTM/1090_Adventure/2017/ECS0033BK/

Plexiglass Rally MST/Solid Motor:
https://specialthings.it/collections/rally-accessories/products/rally-windshield-for-ktm-1190-1090-1050-1290

Ch-ch-ch-ch-changes!

Dov’eravamo rimasti?
Ah, si.
Alla famosa telefonata fatta il mattino successivo al rientro dalle ferie.
Ok, ammetto che detta così suona come una cosa fin troppo impulsiva.. la realtà è che da un po’ di tempo stavo valutando l’idea di effettuare un upgrade dalla 990 ad uno dei modelli più recenti.
E nella mia testa il modello in questione c’era già, ben delineato. Si chiamava Adventure 1090R.
Ad ogni modo, quella famosa mattina mi sono recato nel pensatoio (nient’altro che il bagno) e invece di sfogliare una delle riviste che tengo impilate nei pressi del sacro trono, mi son messo a cazzeggiare con il cellulare su moto.it.
Dopo 5 minuti ero al telefono per chiedere informazioni.
Nel pomeriggio sono andato a vedere la moto.
Il giorno dopo ho confermato l’acquisto.
E così, il 18 settembre 2019 sono entrato in possesso di una bella Adventure 1090R del 2017 con 22500km 🙂
Ovviamente ho iniziato subito a pasticciarci, sia per cose abbastanza frivole (scarico, protezioni varie, leve pieghevoli etc.), sia per altre molto più significative.
La cosa più difficile, abituato ad andare in giro con un 990R e la sella ulteriormente rialzata, è stata trovare una posizione di guida che mi desse lo stesso feeling.
Alla fine ho risolto montando i riser dritti touratech, il manubrio Magura MX che avevo sul 990 e facendo alzare la sella di 3 cm da un tappezziere della zona.
Altra cosa da fare subito, eliminare l’inutile portapacchi di serie e metterci qualcosa di serio.
Per qualche giorno mi sono arrangiato avvitando brutalmente sul portapacchi Givi trovato sulla moto (assieme al relativo bauletto finito da qualche parte in cantina, sepolto dalle macerie) quello in alluminio che avevo fatto per il 990, poi ho mobilitato il mio amico Rocco e, dopo una settimana a scambiarci disegni e suggerimenti di modifiche, sono riuscito a farmi fare una piastra come dico io.
Un po’ “talebana”, sicuramente, ma visto che deve sostenere delle borse, deve farlo bene. E già che c’ero ho anche fatto predisporre varie asole per il passaggio delle cinghie più svariate, fra cui quelle a misura per fissare la mia inseparabile borsa “UpBag” della Amphibious, che uso per il 90% del tempo.

Ovviamente non potevano mancare le modifiche importanti, quelle che servono davvero.
La prima, assolutamente indispensabile, è stata l’installazione dei mitici filtri benzina Guglatech.
Sono stato uno dei primi ad averli sul vecchio 990 e ne ho seguito le varie evoluzioni nel tempo, testandone personalmente l’efficacia.
Se si vuole viaggiare tranquilli, soprattutto con motori con un sistema di iniezione piuttosto delicato, sono veramente fondamentali.
Per dire, la moto che ho preso aveva un richiamo non fatto relativo alla pompa benzina, quindi l’ho portata dal concessionario per effettuarlo. Ebbene, a soli 22500km, percorsi tutti in Italia, i filtri originali erano praticamente da buttare.
Adesso, con i filtri nuovi e il prefiltro al bocchettone (che si monta in 5 minuti), non dovrò più preoccuparmi della benzina che butto nel serbatoio 😉
Già che ho dovuto far mettere le mani sulla moto dal meccanico per il richiamo, ho fatto installare anche un altro gran bel prodottino by Guglatech, il filtro aria Rally Raid.
Si tratta di un filtro lavabile completamente diverso dai vari filtri sportivi in commercio, in quanto assicura un migliore passaggio d’aria pur garantendo la stessa protezione dell’originale in carta, cosa che nessun altro riesce a fare.
Si può utilizzare a secco, per uso prettamente stradale, o leggermente oliato per proteggere anche dalle polveri più sottili.
Il cambiamento si sente, la moto è decisamente più fluida, meno recalcitrante quando si riprende in sesta da velocità molto basse (e inferiori a quelle della moto in configurazione stock), e consuma pure meno.
Prestazioni, miglioramento dell’erogazione e protezione.
Che volere di più? ^_^

IMG_20200213_180800

..proud member of “Guglatech Posse” 😉

Ma veniamo alla domanda che praticamente tutti mi hanno fatto dopo che ho appoggiato le terga sul nuovo mezzo..
“Come va rispetto al 990?”
Diciamolo subito. Il salto in avanti rispetto al progetto 950/990 c’è ed è abissale.
Per ora sono riuscito a farci poco meno di 4000km e praticamente tutti su strada.
Non c’è storia.
Il motore è corposo, fluido e rotondo, ha perso la scorbuticità della progenitrice, ma quando si accelera tira fuori una forza inesauribile e sale di giri con una rapidità sconosciuta alla 990.
E’ meno stancante da guidare, consuma molto meno, frena ASSAI meglio.
Non sono ancora riuscito a provarla in off, e non vedo l’ora, ma credo che non deluderà le aspettative…
Ora c’è solo da iniziare a macinare chilometri come si deve e trovarle un nome adatto.. 🙂

Processed with VSCO with c3 preset

Filtro Benzina Expedition
https://www.guglatech.com/prodotto/ktm-lc8-1050-1090-1190-1290-filtro-benzina-m04006-00/

Filtro aria Rally Raid
https://www.guglatech.com/prodotto/ktm-1290-1090-1050-rally-raid-fitro-aria-mab003-00/

Il mio regno per un relè (vacanze 2019) – seconda parte (dai, è anche l’ultima)

(segue da qui)

Scendiamo dal castello, facciamo 3 chilometri e prima di essere fuori da Karlovac vedo la spia del regolatore di tensione che lampeggia furiosamente di un rosso acceso.
Subito dopo la moto si spegne come successo prima, senza alcun segno di vita.
Per fortuna siamo vicini all’ingresso di una stazione di servizio, tiro la frizione ed entro, fermandomi al coperto per ripararmi dalla pioggia.
Tolgo l’antipioggia, prendo le chiavi e apro il paracoppa.
E’ chiaro, a questo punto, che non è un problema del connettore.
Tocco il fusibile principale e sembra tornare un barlume di vita, anche se molto instabile.
Ipotizzo che le lamelle del portafusibile risentano un po’ degli anni, così recupero un fusibile nuovo, una bomboletta di sacro WD40 e provo a pulirle un po’ e ad avvicinarle per migliorare il contatto elettrico.
Pare funzionare, la moto è viva.
Ci rivestiamo e proseguiamo verso sud, ma è innegabile che adesso guidare non è più come prima.. l’occhio corre continuamente alla spia del regolatore per essere pronto ad agire nel caso si interrompesse l’alimentazione, guido sperando che la moto non si fermi in qualche posto sperduto.
L’ansia si insinua come un tarlo, e anche se con il passare dei chilometri si fa sentire un po’ meno rimane sempre lì ad impedirmi di godermi la strada.
Ci dirigiamo verso i laghi di Plitvice e all’altezza di Grabovac li dribbliamo allegramente (li abbiamo già visitati) girando verso Vaganac per poi andare alla base aerea di Željava.
Quando siamo praticamente arrivati ci troviamo a passare da un incrocio senza segnalazioni e rallentiamo per cercare di capire dove andare, quando un anziano signore che passeggiava in strada vedendoci arrivare alza il bastone e lo agita verso la giusta direzione, avendo già intuito cosa cercavamo.. 🙂
La macchina della polizia ferma in una piazzola d’asfalto ci fa capire che siamo arrivati, ed infatti avvistiamo in mezzo alle piante la famosa carcassa dell’aereo, ricoperta di adesivi lasciati dai motoviaggiatori e non solo.
Chiediamo agli agenti il permesso di visitarla, curiosiamo un po’ e facciamo qualche foto, riflettendo sul fatto che quello che stiamo osservando e il terreno su cui camminiamo sono le testimonianze di una tremenda guerra che solo vent’anni fa ha sconvolto questi splendidi luoghi, proprio accanto a casa nostra.

Per approfondimenti sulla base, oltre alla pagina di Wikipedia (in inglese), potete dare un’occhiata qui

http://guardoilmondodaunoblo.it/2016/08/19/la-base-militare-zeljava-nel-confine-croato-bosniaco/

Visto che il tempo sembra migliorare, prima di raggiungere Otocac ci concediamo una sostanziosa pausa pranzo in un posto ganzissimo, il Big Bear Plitvica Camping Resort (un campeggio con quasi 100 unità abitative, la possibilita di mettere le tende e un ottimo ristorante annesso, https://plitvice-resort.com/it/ ) e decidiamo di visitare i vecchi mulini alle sorgenti del fiume Gacka, un tempo utilizzati dagli abitanti per macinare il grano, far funzionare le segherie e le attrezzature per lavorare le stoffe.
Arriviamo ad Otocac nel primo pomeriggio e ne approfitto per fare un po’ di manutenzione alla moto.
Mentre controllo il livello dell’olio e ingrasso la catena, un bel gattone socializza con Teresa e se ne impadronisce. Teresa, a cui i gatti piacciono “con moderazione”, si innamora letteralmente del felino, che noncurante della sua diffidenza le sale in braccio e si accomoda ronfando come se nulla fosse.
La casa dove pernotteremo non è la più bella, ma è sicuramente la più caratteristica incontrata.
Probabilmente era l’abitazione dei genitori della signora che ci ha affittato l’appartamento, e dentro ci sono ancora i mobili e gli oggetti del tempo, compreso un minuscolo televisore a tubo catodico da 14 pollici..
L’accoglienza, però, è ai massimi livelli.
Ci fanno trovare il pane appena sfornato, i pomodori e l’uva raccolti nell’orto, i liquori fatti in casa, e del meraviglioso formaggio, sempre home-made.
Con queste premesse, di cenare in giro non se ne parla proprio.. usciamo a gironzolare per il paese, facciamo spesa, ci fermiamo in uno dei tantissimi bar (veramente una quantità spropositata per un posto così piccolo) a bere un paio di birre e ci cuciniamo una cena con i fiocchi.
Il mattino successivo troviamo ad accoglierci un bel sole e i pancakes preparati dalla signora, che ingurgitiamo (non tutti, erano veramente troppi) nonostante avessimo già fatto colazione.
La nostra destinazione è Sibenik, sulla costa, dove passeremo le ultime due notti prima di rientrare, e per arrivarci abbiamo adocchiato la strada che attraversa il parco Nazionale Velebit, la Velebit Road.
I primi 30 chilometri sono di asfalto (malmesso) e immersi nel verde, la seconda parte dovrebbero essere altrettanti chilometri ma di sterrato.
Visti i precedenti, per evitare di peggiorare la situazione della moto decidiamo a malincuore di evitare lo sterrato.
Saggia decisione, visto che non siamo ancora usciti da Otocac e la moto si spegne di nuovo.
Solita procedura, ma stavolta ci metto un po’ a trovare il punto in cui il contatto sembra stabile.
Metto degli spessori per limitare i movimenti del fusibile e ripartiamo, col sottoscritto incazzato come una biscia.
I chilometri da fare non sono molti, circa 260, ma non vorrei doverli fare a singhiozzo o, peggio, dover chiamare un carroattrezzi da qualche posto sperduto in mezzo alle montagne..
Mentre i chilometri scorrono, nonostante l’occhio cada inevitabilmente e inesorabilmente sulla spia del regolatore, mi tranquillizzo un poco e riesco a godermi un po’ i paesaggi, veramente belli.
Sibenik ci accoglie con il classico stile dei posti “vacanzieri”, ovvero un po’ tamarro.
Parcheggiamo la moto in un posto al coperto che “tranquillo, non la tocca nessuno, però la borsa dietro toglila che è pieno di ubriachi” e prendiamo possesso dell’appartamento, in pieno centro.
Usciamo ad esplorare la città, ma la prima impressione non è delle migliori.. troppo turistica, troppa gente e quella sensazione di “patinato” che ormai mal sopporto.
Visto che la visita al Krka park richiede parecchio tempo per essere fatta a dovere, il giorno successivo decidiamo di non usare la moto e optiamo per prendere delle mtb elettriche con cui gironzolare un po’.
Ne approfitto per andare nel paese vicino in un officina KTM per vedere se riescono a risolvere il problema (ovviamente no) e fare tappa al brico a recuperare un po’ di materiale per tentare un bypass nel caso in cui il relé di avviamento decidesse di abbandonarmi definitivamente.
Poi ci lanciamo nell’esplorazione della penisola antistante la città, fra sterrati e viste panoramiche mozzafiato. Non avevamo mai guidato una mountain bike a pedalata assistita, e devo ammettere che ci siamo divertiti come dei bimbi scemi 😀
Teresa addirittura andava più forte in bici che in moto.. ^_^
Alla fine mi riconcilio anche po’ con la spiacevole sensazione che mi aveva assalito appena arrivato, alla fine la città è bella, serve solo conoscerla un po’ meglio e prenderci le misure (e magari non arrivarci incazzati come vipere..).

Per l’ultima tappa, quella che ci porterà a Spalato per prendere il traghetto, avevo riservato pochi chilometri visti i problemi.
Ma quando partiamo la moto (che nessuno aveva toccato, per la cronaca) sembra andare bene e non manifesta incertezze con l’avanzare dei chilometri, quindi mi faccio coraggio e decido di allargare il percorso per andare a vedere la sorgente del fiume Cetina, detta anche “Occhio della terra”, una grotta carsica profonda circa cento metri da cui nasce il corso d’acqua che assume incredibili sfumature di blu e che vista dall’alto ricorda proprio un occhio. Un posto incredibile!
Per arrivarci attraversiamo l’entroterra della Dalmazia, quello meno battuto dalle rotte turistiche, aspro ma affascinante.
E per pranzo ci concediamo una pausa in una trattoria lungo la strada, di quelle col parcheggio per i camion, che non tradisce le aspettative 🙂
Un rapido passaggio a Trau, giusto il tempo di una birra per rinfrescarsi, poi filiamo dritti al porto di Spalato e ci mettiamo in coda per salire sul traghetto.
Mentre aspettiamo facciamo amicizia con gli altri 990-dotati, Filippo e la sua ragazza, e mentre racconto dettagliatamente le peripezie ci fanno salire.
Un pessimo presentimento mi assale, infatti imbocco la rampa e appena finiti i dossi e arrivato in cima la spia del regolatore inizia a lampeggiare e la moto muore di nuovo.
Poco male, la prendo con filosofia.. ormai sono sul traghetto, il grosso è fatto.
La parcheggio spingendola a mano e chiamo immediatamente il concessionario KTM ad Ancona, chiedendo se hanno disponibile il maledetto relé di avviamento.
Mi dice che non lo sa perché i computer del magazzino sono spenti ma che è vicinissimo al porto, di chiamarlo se non riesco ad andarci e che in qualche modo anche se non ha il ricambio disponibile mi sistema la moto.
Con l’animo sollevato passiamo la serata fra chiacchiere e birre, e la mattina dopo Filippo mi fa da supporto morale mentre cerco di far funzionare il maledetto relé per l’ultima volta.
Dopo una ventina di minuti riesco a far partire la moto, saluto i ragazzi e vado in concessionaria, percorrendo 3 chilometri carichi di ansia.
Un’ora e mezzo dopo con la moto sistemata imbocchiamo la via del rientro, via che ovviamente allungo percorrendo stradine MOLTO secondarie per godermi un po’ di chilometri senza pensieri.
Alla fine la 990, in qualche modo, ci ha riportato a casa. Ed è vero che gli inconvenienti fanno parte dell’avventura, che se tutto filasse sempre liscio ci sarebbe meno gusto, ma stavolta non era il momento, avevo bisogno di godermi la spensieratezza, il vento, i chilometri, i paesaggi, gli odori, i profumi, nient’altro.
Così, impulsivamente, il mattino successivo ho fatto una telefonata.
Ma questa è un’altra storia, l’inizio di un nuovo capitolo..

Il mio regno per un relè (vacanze 2019) – prima parte

Le cose non vanno mai come vorresti, di solito. E anche le tanto sospirate vacanze non hanno fatto eccezione. Ma andiamo per gradi..
Per vari motivi, fra cui anche il riuscire a maturare un po’ di giorni di ferie, abbiamo deciso di partire a Settembre. L’idea iniziale era quella di andare in Sicilia, e ci credevamo davvero.
Poi è arrivata l’ondata di caldo tremendo, che mi ha fatto soffrire le pene dell’inferno al lavoro per tutta l’estate costringendomi a riconsiderare seriamente la cosa.
Un matrimonio piazzato subito al primo giorno di ferie e un concorso che ci avrebbe costretto a rientrare prima del previsto hanno fatto definitivamente tramontare l’ipotesi “Sicilia”. Ci rivedremo poi, magari in un periodo con temperature meno drammatiche di quelle che avremmo trovato a inizio Settembre (e no, la teoria “c’è caldo ma è secco, non da fastidio” col sottoscritto non funziona. Soffro come una bestia comunque).
Visti i giorni ridotti rispetto al piano iniziale, abbiamo optato per un tranquillo giro in Slovenia e Croazia, che sono sempre un gran bel vedere.
Tranquillo “chissà poi perché”, mi verrebbe da commentare col senno di poi, ma ci arriveremo 🙂
La prima notte, complice la partenza “comoda” per il matrimonio della sera precedente, la passiamo a Chioggia, dove arriviamo tramite una breve escursione nel delta del Po e troppi rettilinei, almeno per i miei gusti. L’albergo non è proprio in centro, ci sono da fare un paio di chilometri a piedi, e il caldo mi fa invidiare un tizio che vedo passare con la e-bike.
E anche quello dietro. E quello dietro ancora. E cavolo, ma qui hanno venduto solo bici elettriche?
Non si trova un velocipede normale in giro.. 🙂
Gironzolare la sera, fra i canali, ha il suo perché, Chioggia è carina ed oltretutto è una buonissima base per visitare Venezia.
Ma non vedo l’ora di passare il confine 🙂
I problemi sono fondamentalmente tre: la strada per arrivarci è mediamente dritta, troppo trafficata e decisamente troppo calda.
Tocca patire, visto che non ci sono alternative..
Una volta arrivati a Gorizia risolviamo tutti i problemi sopraelencati. In primis quello del traffico, prendendo strade secondarie.
Che risolvono automaticamente anche la questione della strada dritta, e siamo a quota due problemi risolti.
Alla temperatura invece ci pensa Giove Pluvio, che si organizza per scaricarci addosso un paio d’ore di pioggia molto consistente prima di arrivare a Kranj.
La cittadina Slovena è una vera sorpresa, tanto che decidiamo quasi subito di fermarci una notte in più. Molto carina, curatissima, si respira una bella atmosfera.
Kranj è una sorta di penisola situata fra due fiumi, il Kokra da una parte e il Sava dall’altra, quindi immersa nel verde.
E’ possibile fare escursioni e passeggiate, gironzolare a caso per le vie del centro storico, ed osservare il perfetto equilibrio fra la tradizione, la storia e uno sguardo al futuro.
La cosa che ci ha stupito di più è stata la modernissima biblioteca, un edificio grande e luminosissimo disposto su tre piani, dove perdersi tra un’infinità di cd, libri, dvd, con moltissimi spazi adatti a fare da punto di ritrovo.
Nonostante le ridotti dimensioni della città, sono presenti un servizio di bike sharing ed un piccolo autobus elettrico completamente gratuito per spostarsi da una parte all’altra.
E, soprattutto, in nessun locale si sente la musica reggaeton che ci tormenta dall’inizio dell’estate.
Grande prova di civiltà.

https://www.visitkranj.com/it

Ripartiamo da Kranj con l’intenzione di seguire un percorso tortuoso che ci dovrebbe portare a Varaždin, in Croazia.
Tortuoso perchè per evitare le strade principali saliamo verso nord, passiamo da Logarska Dolina (con breve digressione nel parco, a pagamento, a causa di un errore di navigazione), entriamo in Austria e rientriamo in Slovenia a Lokovica, per poi proseguire in direzione Maribor.
Ma siccome i piani non vanno quasi mai come dovrebbero, a pochi chilometri da Maribor si presenta il primo inconveniente.
Facendo inversione in una stradina secondaria che risulta chiusa (le famose scorciatoie del Garmin), giro il manubrio e la moto si spegne senza corrente. Riporto il manubrio dritto e la corrente torna.
“Niente panico!”, sentenzio. “so esattamente qual è il problema, lo risolviamo!”, esclamo col mio innato ottimismo.
In effetti il problema è noto, e affligge quasi tutte le Adventure 950/990.
I cavetti che dal telaio vanno al blocchetto chiave, essendo un po’ “precisi”, col tempo si spezzano.
Ed ero realmente preparato a questa evenienza, avevo con me pure degli spezzoni di filo e dei tubicini già stagnati specifici per le giunte.
Peccato che il mio problema non era il cavo, ma una saldatura saltata nel blocchetto, decisamente non risolvibile a fine giornata e in mezzo alla strada.
Così, fra una bestemmia creativa e l’altra, decido di chiamare il carroattrezzi.
Nel frattempo riesco a recupare l’indirizzo di un’officina KTM dove portare la moto il giorno dopo.
Così, stipati in tre con caschi, giacche e borse nella cabina del furgone e la moto che ci guarda mestamente dal vetro posteriore ce ne andiamo all’autorimessa.
Europe Assistance ci dice che è compresa anche la notte in albergo, e la signorina al telefono mi chiede se deve occuparsi lei della prenotazione.
Le rispondo che è gentilissima e che sì, può occuparsene, basta che sia vicino al posto dove verrà portata la moto.
Finisce che la signorina gentilissima in pratica si accorda con l’officina e la notte, invece che in un hotel, la passiamo in una stanza di loro proprietà esattamente sopra all’officina stessa, persi da qualche parte in una zona industriale della periferia di Maribor.
In effetti siamo vicinissimi alla moto, però. Quando si dice l’efficienza..
Poco male, la stanza è pulita, la doccia è calda, chi se ne frega.
Usciamo in taxi per andare in centro a procacciarci il cibo (in zona non c’è assolutamente nulla) e ci prepariamo psicologicamente a risolvere il problema il giorno successivo.
Al mattino carichiamo di nuovo la moto e ci dirigiamo all’officina KTM.
Che non è esattamente quella che mi aspettavo (ma come vedremo, mai fermarsi alle apparenze).
In pratica scarichiamo la moto in un cortile circondato da un paio di abitazioni, un edificio con qualche saracinesca abbassata, un po’ di motorini ammucchiati e un pollaio.
Telefono al meccanico, che in realtà sembra molto competente e preparato.. dice subito che ha capito qual’è il problema, però arriverà solo alle 15. Non sono nemmeno le 10 di mattina.
Tocca lasciare la moto e trovare un modo per passare il tempo.
Abbiamo i vestiti da moto, gli stivali e la borsa da serbatoio appresso. E fa caldo.
Di andare in città non se ne parla.
Così ci smazziamo QUASI CINQUE FOTTUTISSIME ORE di centro commerciale. Giornatona..
Sequestriamo un taxista, alle 15 in punto torniamo all’officina e troviamo il meccanico Simon che pur non avendo la chiave della moto stava già iniziando a smontarla. Grande!
Scopro che la saracinesca in mezzo ai motorini era quella della piccola officina (e quando dico piccola intendo che per farci entrare la moto ho dovuto smontare le valigie) e che nonostante le dimensioni è completa di tutto, pure di qualche accessorio in vendita. Ed è ufficiale KTM, con tanto di computer per la diagnostica.
In meno di un’ora, chiacchiere incluse, il problema è risolto e dopo aver pagato una cifra irrisoria ripartiamo sorridenti, in direzione Varaždin, cercando di fare il giro largo e passare dalla strada dei vigneti per goderci curve e paesaggi.
Certo, come no.
Dopo trenta chilometri, in mezzo ad un verdissimo paesaggio bucolico e in piena accelerazione la moto si ammutolisce completamente con la lancetta del contagiri bloccata sui 5000.
Non c’è corrente. Zero.
Tiro la frizione, accosto in un campo e penso che una cosa del genere può derivare da poche cose.
Controllo la batteria, i morsetti della batteria, il fusibile principale.
Appena tocco il connettore che va al portafusibile, la corrente ricompare. Magia!
Il giorno prima avevo staccato un po’ di connettori, penso “evidentemente l’avevo reinserito male”.
Chiudo il paracoppa e ripartiamo tranquilli.
-(illusi)-
Arriviamo a Varaždin abbastanza cotti, perdiamo mezz’ora abbondante per capire dov’è esattamente e come entrare nel palazzo dove si trova il nostro appartamento, e usciamo tardissimo ignorando la moltitudine di bar pieni di gente che si trova sotto il nostro palazzo per puntare dritti verso un posto dove cenare..
Ci rifocilliamo a dovere, andiamo a vedere il castello, gironzoliamo un po’ per il centro e abdichiamo. E’ stata una lunga giornata..
Il mattino seguente ci dirigiamo verso Karlovac, cittadina ricca di storia e molto segnata dal conflitto del 1992, i cui segni permangono tuttora ben visibili nel suo centro storico rinascimentale caratterizzato dalla forma di una stella a sei punte (e da innumerevoli cantieri).
Apprendiamo con mestizia di essere in “leggero” ritardo per il festival della birra, della durata di dieci giorni, che si tiene nella cittadina tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, facciamo un po’ di shopping (devo sostituire le mie gloriose Teva, decennali compagne di quasi tutti i viaggi in moto estivi) e decidiamo di fare spesa per cenare in tutta comodità nell’appartamento che ci ospita, senza dubbio il più bello incontrato nella nostra vacanza 🙂

Al risveglio troviamo ad accoglierci un cielo plumbeo e una pioggerella fine.
Per fortuna abbiamo la moto al coperto, così ci possiamo vestire con calma e partire per fare tappa subito fuori città al Castello di Dubovac, una fortezza medievale che sovrasta la città dalla cima di una collina da cui si può godere di un suggestivo panorama, dicono.
Ovviamente noi possiamo solo immaginarlo per via della nebbia.
Vabbè, ci abbiamo provato.
Ripartiamo in direzione sud, il programma prevede di scendere verso i laghi di Plitvice, andare alla base aerea di Zeljiava e da lì dirigerci ad Otocac, posto scelto più o meno a caso sulla cartina, dove passeremo la notte.
Ma chiaramente la carta pescata dal mazzo degli imprevisti è sempre lì in agguato..

(continua)
Mentre aspettate che scriva il resto, potete guardare le foto.. 🙂
IMG_1988

Finding Molise :)

Ebbene si, ogni tanto si va anche in giro in moto e si scrive qualcosa 🙂
Dopo che il tour programmato lo scorso anno è saltato per cause di forza maggiore, all’inizio del 2019 ho iniziato a controllare il calendario per vedere di accaparrarmi uno dei primi “ponti” disponibili.
Quando ho visto che con soli 3 giorni di ferie (chieste a febbraio, per farvi capire come stavo messo) sarei riuscito ad unire il periodo 25 Aprile-I Maggio, ho immediatamente iniziato a sbirciare la cartina per trovare una meta.
Dopo aver valutato un po’ di opzioni e aver buttato lì la destinazione anche un po’ per gioco, abbiamo deciso di arrivare fino in Molise, “per controllare se esiste”, come recita la famosa battuta che smette di far ridere dopo la seconda volta che la senti (e già una me la sono giocata).. 🙂
La novità è che Teresa ha voluto smettere i panni della zavorrina per venire con la sua Alpetta, una moto tuttofare ma certo non adattissima a percorrenze chilometriche esagerate, cosa che ci ha fatto ridimensionare un po’ le tappe giornaliere senza tuttavia farci perdere molto in termini di piacere.. il viaggetto ce lo siamo goduti alla grande 🙂
E così siamo transitati da Rieti, dai laghi del Turano e del Salto, abbiamo attraversato il parco d’Abruzzo (senza avvistare orsi, nonostante i cartelli), il parco del Matese in Campania (una bella scoperta!) per poi approdare in Molise, passare da Civitanova del Sannio (paese di Antonio Cardarelli), da Pietrabbondante, da Capracotta, attraversare l’Abetaia di Pescopennataro e risalire a Sulmona, attirati dai confetti (ottimi, devo ammettere).
Non potevamo farci mancare, nonostante le previsioni meteo discutibili, una capatina al ristoro del Mucciante per fare una scorpacciata di Arrosticini e bistecchine di pecora, per poi ripartire sotto la neve, transitare in mezzo alla nebbia e arrivare a L’Aquila (che coraggiosamente piano piano risorge) sotto una pioggia battente.
Un bel pranzo nel cuore ferito di Amatrice ci ha accompagnato all’ultima tappa prima del rientro, Spello, uno dei borghi più belli d’Italia.
Un bel giro, ad andatura rilassata su strade spesso secondarie e poco transitate, con l’Alpetta che se l’è cavata alla grande e Teresa con il sorriso perenne per il suo primo, vero viaggio di una certa consistenza.

Piccoli flashback:

Rieti (Lazio)
Il pernotto a palazzo Palmegiani in una dimora “da sogno” (come direbbe il Flavio nazionale), la birra sorseggiata affacciati sul fiume Velino osservando le anatre tra i resti del ponte Romano, la pessima cena in un posto che ricordava una lavanderia piena di panni sporchi.

Castel di Tora (Lazio)
Il pranzo al bar Dea gestito da una folkloristica signora che ci ha riempito di cibo come una nonna, chiamava il marito cuoco “Freddie Mercury” (vagamente ci assomigliava, ma solo per i baffoni) e gli avventori indistintamente “pellegrini”.

Pescasseroli (Abruzzo)
La meravigliosa strada con i cartelli che indicano la presenza degli Orsi (ma sul serio?).
L’alloggio in un vecchio Hotel (molto vecchio) dove lavora un ragazzetto logorroico della provincia di Isernia dagli occhi chiari e la carnagione molto pallida, il centro storico animato di gente, i negozietti e lo shopping, per cena la zuppa di legumi al pub.

Lago del Matese (Campania)
Ritrovarsi per caso sulle sponde del lago carsico più alto d’Italia a guardare i cavalli pascolare liberi.

Civitanova del Sannio (Molise)
Arrivare intorno alle 14:20 in un paese totalmente deserto e riuscire a stirarsi il tendine del dito medio per registrare la catena della moto.
Socializzare con l’anziana farmacista che ci ha raccontato la storia di Leone, il cane mascotte del paese, stravaccato sull’ingresso.
Cenare in una piccola trattoria senza clienti come se l’avessimo prenotata tutta per noi.

Pietrabbondante (Molise)
I resti del teatro sannitico con la splendida vista sulla valle del Trigno.

Sulmona (Abruzzo)
Le moto parcheggiate brutalmente nell’atrio dell’antico palazzo in corso Ovidio in barba alle ZTL, i festeggiamenti del patrono San Panfilo osservati sorseggiando birra in un bar del centro, il senso di smarrimento nel negozio di confetti (e liquori).

Ristoro Mucciante (Abruzzo)
Il banco della macelleria che ti accoglie all’ingresso, l’ordinata anarchia degli avventori intorno alle braci, i racconti scambiati davanti ai piatti ricolmi di arrosticini.
Separarsi dal ritrovo caldo ed accogliente per rimettersi il casco ed infilarsi in mezzo alla neve ed alla nebbia.
L’Aquila (Abruzzo)
Il freddo, tanto.
Gli enormi palazzi chiusi in gabbie metalliche, la vita che scorre lenta ma presente nei locali del centro. Il caldo ed accogliente alloggio all’interno del palazzo Zuzi, con i termosifoni totalmente occupati dal nostro abbigliamento fradicio. La colazione improvvisata con pan carrè e zucchero.
La scoperta del bauletto dell’alpetta invaso dall’olio motore (portato per il rabbocco) e la successiva pulizia con prodotti di fortuna e spray a caso.
Spello (Umbria)
Raggiungere l’alloggio (modesto, molto modesto) passando dalle ripide e scivolose stradine lastricate di pietra del centro (grazie navigatore infame!). Scegliere accuratamente per cena un posto apparentemente innocuo e farsi spennare come turisti americani qualsiasi.
Il bel gattone tigrato che è venuto in cerca di coccole prima della partenza…
-“e questo bel gatto come si chiama?”
-“…gatto!”

-Qui- trovate le foto del giretto scattate da me, -Qui- invece quelle di Teresa 🙂

giro_molise