Il mio regno per un relè (vacanze 2019) – seconda parte (dai, è anche l’ultima)

(segue da qui)

Scendiamo dal castello, facciamo 3 chilometri e prima di essere fuori da Karlovac vedo la spia del regolatore di tensione che lampeggia furiosamente di un rosso acceso.
Subito dopo la moto si spegne come successo prima, senza alcun segno di vita.
Per fortuna siamo vicini all’ingresso di una stazione di servizio, tiro la frizione ed entro, fermandomi al coperto per ripararmi dalla pioggia.
Tolgo l’antipioggia, prendo le chiavi e apro il paracoppa.
E’ chiaro, a questo punto, che non è un problema del connettore.
Tocco il fusibile principale e sembra tornare un barlume di vita, anche se molto instabile.
Ipotizzo che le lamelle del portafusibile risentano un po’ degli anni, così recupero un fusibile nuovo, una bomboletta di sacro WD40 e provo a pulirle un po’ e ad avvicinarle per migliorare il contatto elettrico.
Pare funzionare, la moto è viva.
Ci rivestiamo e proseguiamo verso sud, ma è innegabile che adesso guidare non è più come prima.. l’occhio corre continuamente alla spia del regolatore per essere pronto ad agire nel caso si interrompesse l’alimentazione, guido sperando che la moto non si fermi in qualche posto sperduto.
L’ansia si insinua come un tarlo, e anche se con il passare dei chilometri si fa sentire un po’ meno rimane sempre lì ad impedirmi di godermi la strada.
Ci dirigiamo verso i laghi di Plitvice e all’altezza di Grabovac li dribbliamo allegramente (li abbiamo già visitati) girando verso Vaganac per poi andare alla base aerea di Željava.
Quando siamo praticamente arrivati ci troviamo a passare da un incrocio senza segnalazioni e rallentiamo per cercare di capire dove andare, quando un anziano signore che passeggiava in strada vedendoci arrivare alza il bastone e lo agita verso la giusta direzione, avendo già intuito cosa cercavamo.. 🙂
La macchina della polizia ferma in una piazzola d’asfalto ci fa capire che siamo arrivati, ed infatti avvistiamo in mezzo alle piante la famosa carcassa dell’aereo, ricoperta di adesivi lasciati dai motoviaggiatori e non solo.
Chiediamo agli agenti il permesso di visitarla, curiosiamo un po’ e facciamo qualche foto, riflettendo sul fatto che quello che stiamo osservando e il terreno su cui camminiamo sono le testimonianze di una tremenda guerra che solo vent’anni fa ha sconvolto questi splendidi luoghi, proprio accanto a casa nostra.

Per approfondimenti sulla base, oltre alla pagina di Wikipedia (in inglese), potete dare un’occhiata qui

http://guardoilmondodaunoblo.it/2016/08/19/la-base-militare-zeljava-nel-confine-croato-bosniaco/

Visto che il tempo sembra migliorare, prima di raggiungere Otocac ci concediamo una sostanziosa pausa pranzo in un posto ganzissimo, il Big Bear Plitvica Camping Resort (un campeggio con quasi 100 unità abitative, la possibilita di mettere le tende e un ottimo ristorante annesso, https://plitvice-resort.com/it/ ) e decidiamo di visitare i vecchi mulini alle sorgenti del fiume Gacka, un tempo utilizzati dagli abitanti per macinare il grano, far funzionare le segherie e le attrezzature per lavorare le stoffe.
Arriviamo ad Otocac nel primo pomeriggio e ne approfitto per fare un po’ di manutenzione alla moto.
Mentre controllo il livello dell’olio e ingrasso la catena, un bel gattone socializza con Teresa e se ne impadronisce. Teresa, a cui i gatti piacciono “con moderazione”, si innamora letteralmente del felino, che noncurante della sua diffidenza le sale in braccio e si accomoda ronfando come se nulla fosse.
La casa dove pernotteremo non è la più bella, ma è sicuramente la più caratteristica incontrata.
Probabilmente era l’abitazione dei genitori della signora che ci ha affittato l’appartamento, e dentro ci sono ancora i mobili e gli oggetti del tempo, compreso un minuscolo televisore a tubo catodico da 14 pollici..
L’accoglienza, però, è ai massimi livelli.
Ci fanno trovare il pane appena sfornato, i pomodori e l’uva raccolti nell’orto, i liquori fatti in casa, e del meraviglioso formaggio, sempre home-made.
Con queste premesse, di cenare in giro non se ne parla proprio.. usciamo a gironzolare per il paese, facciamo spesa, ci fermiamo in uno dei tantissimi bar (veramente una quantità spropositata per un posto così piccolo) a bere un paio di birre e ci cuciniamo una cena con i fiocchi.
Il mattino successivo troviamo ad accoglierci un bel sole e i pancakes preparati dalla signora, che ingurgitiamo (non tutti, erano veramente troppi) nonostante avessimo già fatto colazione.
La nostra destinazione è Sibenik, sulla costa, dove passeremo le ultime due notti prima di rientrare, e per arrivarci abbiamo adocchiato la strada che attraversa il parco Nazionale Velebit, la Velebit Road.
I primi 30 chilometri sono di asfalto (malmesso) e immersi nel verde, la seconda parte dovrebbero essere altrettanti chilometri ma di sterrato.
Visti i precedenti, per evitare di peggiorare la situazione della moto decidiamo a malincuore di evitare lo sterrato.
Saggia decisione, visto che non siamo ancora usciti da Otocac e la moto si spegne di nuovo.
Solita procedura, ma stavolta ci metto un po’ a trovare il punto in cui il contatto sembra stabile.
Metto degli spessori per limitare i movimenti del fusibile e ripartiamo, col sottoscritto incazzato come una biscia.
I chilometri da fare non sono molti, circa 260, ma non vorrei doverli fare a singhiozzo o, peggio, dover chiamare un carroattrezzi da qualche posto sperduto in mezzo alle montagne..
Mentre i chilometri scorrono, nonostante l’occhio cada inevitabilmente e inesorabilmente sulla spia del regolatore, mi tranquillizzo un poco e riesco a godermi un po’ i paesaggi, veramente belli.
Sibenik ci accoglie con il classico stile dei posti “vacanzieri”, ovvero un po’ tamarro.
Parcheggiamo la moto in un posto al coperto che “tranquillo, non la tocca nessuno, però la borsa dietro toglila che è pieno di ubriachi” e prendiamo possesso dell’appartamento, in pieno centro.
Usciamo ad esplorare la città, ma la prima impressione non è delle migliori.. troppo turistica, troppa gente e quella sensazione di “patinato” che ormai mal sopporto.
Visto che la visita al Krka park richiede parecchio tempo per essere fatta a dovere, il giorno successivo decidiamo di non usare la moto e optiamo per prendere delle mtb elettriche con cui gironzolare un po’.
Ne approfitto per andare nel paese vicino in un officina KTM per vedere se riescono a risolvere il problema (ovviamente no) e fare tappa al brico a recuperare un po’ di materiale per tentare un bypass nel caso in cui il relé di avviamento decidesse di abbandonarmi definitivamente.
Poi ci lanciamo nell’esplorazione della penisola antistante la città, fra sterrati e viste panoramiche mozzafiato. Non avevamo mai guidato una mountain bike a pedalata assistita, e devo ammettere che ci siamo divertiti come dei bimbi scemi 😀
Teresa addirittura andava più forte in bici che in moto.. ^_^
Alla fine mi riconcilio anche po’ con la spiacevole sensazione che mi aveva assalito appena arrivato, alla fine la città è bella, serve solo conoscerla un po’ meglio e prenderci le misure (e magari non arrivarci incazzati come vipere..).

Per l’ultima tappa, quella che ci porterà a Spalato per prendere il traghetto, avevo riservato pochi chilometri visti i problemi.
Ma quando partiamo la moto (che nessuno aveva toccato, per la cronaca) sembra andare bene e non manifesta incertezze con l’avanzare dei chilometri, quindi mi faccio coraggio e decido di allargare il percorso per andare a vedere la sorgente del fiume Cetina, detta anche “Occhio della terra”, una grotta carsica profonda circa cento metri da cui nasce il corso d’acqua che assume incredibili sfumature di blu e che vista dall’alto ricorda proprio un occhio. Un posto incredibile!
Per arrivarci attraversiamo l’entroterra della Dalmazia, quello meno battuto dalle rotte turistiche, aspro ma affascinante.
E per pranzo ci concediamo una pausa in una trattoria lungo la strada, di quelle col parcheggio per i camion, che non tradisce le aspettative 🙂
Un rapido passaggio a Trau, giusto il tempo di una birra per rinfrescarsi, poi filiamo dritti al porto di Spalato e ci mettiamo in coda per salire sul traghetto.
Mentre aspettiamo facciamo amicizia con gli altri 990-dotati, Filippo e la sua ragazza, e mentre racconto dettagliatamente le peripezie ci fanno salire.
Un pessimo presentimento mi assale, infatti imbocco la rampa e appena finiti i dossi e arrivato in cima la spia del regolatore inizia a lampeggiare e la moto muore di nuovo.
Poco male, la prendo con filosofia.. ormai sono sul traghetto, il grosso è fatto.
La parcheggio spingendola a mano e chiamo immediatamente il concessionario KTM ad Ancona, chiedendo se hanno disponibile il maledetto relé di avviamento.
Mi dice che non lo sa perché i computer del magazzino sono spenti ma che è vicinissimo al porto, di chiamarlo se non riesco ad andarci e che in qualche modo anche se non ha il ricambio disponibile mi sistema la moto.
Con l’animo sollevato passiamo la serata fra chiacchiere e birre, e la mattina dopo Filippo mi fa da supporto morale mentre cerco di far funzionare il maledetto relé per l’ultima volta.
Dopo una ventina di minuti riesco a far partire la moto, saluto i ragazzi e vado in concessionaria, percorrendo 3 chilometri carichi di ansia.
Un’ora e mezzo dopo con la moto sistemata imbocchiamo la via del rientro, via che ovviamente allungo percorrendo stradine MOLTO secondarie per godermi un po’ di chilometri senza pensieri.
Alla fine la 990, in qualche modo, ci ha riportato a casa. Ed è vero che gli inconvenienti fanno parte dell’avventura, che se tutto filasse sempre liscio ci sarebbe meno gusto, ma stavolta non era il momento, avevo bisogno di godermi la spensieratezza, il vento, i chilometri, i paesaggi, gli odori, i profumi, nient’altro.
Così, impulsivamente, il mattino successivo ho fatto una telefonata.
Ma questa è un’altra storia, l’inizio di un nuovo capitolo..

Il mio regno per un relè (vacanze 2019) – prima parte

Le cose non vanno mai come vorresti, di solito. E anche le tanto sospirate vacanze non hanno fatto eccezione. Ma andiamo per gradi..
Per vari motivi, fra cui anche il riuscire a maturare un po’ di giorni di ferie, abbiamo deciso di partire a Settembre. L’idea iniziale era quella di andare in Sicilia, e ci credevamo davvero.
Poi è arrivata l’ondata di caldo tremendo, che mi ha fatto soffrire le pene dell’inferno al lavoro per tutta l’estate costringendomi a riconsiderare seriamente la cosa.
Un matrimonio piazzato subito al primo giorno di ferie e un concorso che ci avrebbe costretto a rientrare prima del previsto hanno fatto definitivamente tramontare l’ipotesi “Sicilia”. Ci rivedremo poi, magari in un periodo con temperature meno drammatiche di quelle che avremmo trovato a inizio Settembre (e no, la teoria “c’è caldo ma è secco, non da fastidio” col sottoscritto non funziona. Soffro come una bestia comunque).
Visti i giorni ridotti rispetto al piano iniziale, abbiamo optato per un tranquillo giro in Slovenia e Croazia, che sono sempre un gran bel vedere.
Tranquillo “chissà poi perché”, mi verrebbe da commentare col senno di poi, ma ci arriveremo 🙂
La prima notte, complice la partenza “comoda” per il matrimonio della sera precedente, la passiamo a Chioggia, dove arriviamo tramite una breve escursione nel delta del Po e troppi rettilinei, almeno per i miei gusti. L’albergo non è proprio in centro, ci sono da fare un paio di chilometri a piedi, e il caldo mi fa invidiare un tizio che vedo passare con la e-bike.
E anche quello dietro. E quello dietro ancora. E cavolo, ma qui hanno venduto solo bici elettriche?
Non si trova un velocipede normale in giro.. 🙂
Gironzolare la sera, fra i canali, ha il suo perché, Chioggia è carina ed oltretutto è una buonissima base per visitare Venezia.
Ma non vedo l’ora di passare il confine 🙂
I problemi sono fondamentalmente tre: la strada per arrivarci è mediamente dritta, troppo trafficata e decisamente troppo calda.
Tocca patire, visto che non ci sono alternative..
Una volta arrivati a Gorizia risolviamo tutti i problemi sopraelencati. In primis quello del traffico, prendendo strade secondarie.
Che risolvono automaticamente anche la questione della strada dritta, e siamo a quota due problemi risolti.
Alla temperatura invece ci pensa Giove Pluvio, che si organizza per scaricarci addosso un paio d’ore di pioggia molto consistente prima di arrivare a Kranj.
La cittadina Slovena è una vera sorpresa, tanto che decidiamo quasi subito di fermarci una notte in più. Molto carina, curatissima, si respira una bella atmosfera.
Kranj è una sorta di penisola situata fra due fiumi, il Kokra da una parte e il Sava dall’altra, quindi immersa nel verde.
E’ possibile fare escursioni e passeggiate, gironzolare a caso per le vie del centro storico, ed osservare il perfetto equilibrio fra la tradizione, la storia e uno sguardo al futuro.
La cosa che ci ha stupito di più è stata la modernissima biblioteca, un edificio grande e luminosissimo disposto su tre piani, dove perdersi tra un’infinità di cd, libri, dvd, con moltissimi spazi adatti a fare da punto di ritrovo.
Nonostante le ridotti dimensioni della città, sono presenti un servizio di bike sharing ed un piccolo autobus elettrico completamente gratuito per spostarsi da una parte all’altra.
E, soprattutto, in nessun locale si sente la musica reggaeton che ci tormenta dall’inizio dell’estate.
Grande prova di civiltà.

https://www.visitkranj.com/it

Ripartiamo da Kranj con l’intenzione di seguire un percorso tortuoso che ci dovrebbe portare a Varaždin, in Croazia.
Tortuoso perchè per evitare le strade principali saliamo verso nord, passiamo da Logarska Dolina (con breve digressione nel parco, a pagamento, a causa di un errore di navigazione), entriamo in Austria e rientriamo in Slovenia a Lokovica, per poi proseguire in direzione Maribor.
Ma siccome i piani non vanno quasi mai come dovrebbero, a pochi chilometri da Maribor si presenta il primo inconveniente.
Facendo inversione in una stradina secondaria che risulta chiusa (le famose scorciatoie del Garmin), giro il manubrio e la moto si spegne senza corrente. Riporto il manubrio dritto e la corrente torna.
“Niente panico!”, sentenzio. “so esattamente qual è il problema, lo risolviamo!”, esclamo col mio innato ottimismo.
In effetti il problema è noto, e affligge quasi tutte le Adventure 950/990.
I cavetti che dal telaio vanno al blocchetto chiave, essendo un po’ “precisi”, col tempo si spezzano.
Ed ero realmente preparato a questa evenienza, avevo con me pure degli spezzoni di filo e dei tubicini già stagnati specifici per le giunte.
Peccato che il mio problema non era il cavo, ma una saldatura saltata nel blocchetto, decisamente non risolvibile a fine giornata e in mezzo alla strada.
Così, fra una bestemmia creativa e l’altra, decido di chiamare il carroattrezzi.
Nel frattempo riesco a recupare l’indirizzo di un’officina KTM dove portare la moto il giorno dopo.
Così, stipati in tre con caschi, giacche e borse nella cabina del furgone e la moto che ci guarda mestamente dal vetro posteriore ce ne andiamo all’autorimessa.
Europe Assistance ci dice che è compresa anche la notte in albergo, e la signorina al telefono mi chiede se deve occuparsi lei della prenotazione.
Le rispondo che è gentilissima e che sì, può occuparsene, basta che sia vicino al posto dove verrà portata la moto.
Finisce che la signorina gentilissima in pratica si accorda con l’officina e la notte, invece che in un hotel, la passiamo in una stanza di loro proprietà esattamente sopra all’officina stessa, persi da qualche parte in una zona industriale della periferia di Maribor.
In effetti siamo vicinissimi alla moto, però. Quando si dice l’efficienza..
Poco male, la stanza è pulita, la doccia è calda, chi se ne frega.
Usciamo in taxi per andare in centro a procacciarci il cibo (in zona non c’è assolutamente nulla) e ci prepariamo psicologicamente a risolvere il problema il giorno successivo.
Al mattino carichiamo di nuovo la moto e ci dirigiamo all’officina KTM.
Che non è esattamente quella che mi aspettavo (ma come vedremo, mai fermarsi alle apparenze).
In pratica scarichiamo la moto in un cortile circondato da un paio di abitazioni, un edificio con qualche saracinesca abbassata, un po’ di motorini ammucchiati e un pollaio.
Telefono al meccanico, che in realtà sembra molto competente e preparato.. dice subito che ha capito qual’è il problema, però arriverà solo alle 15. Non sono nemmeno le 10 di mattina.
Tocca lasciare la moto e trovare un modo per passare il tempo.
Abbiamo i vestiti da moto, gli stivali e la borsa da serbatoio appresso. E fa caldo.
Di andare in città non se ne parla.
Così ci smazziamo QUASI CINQUE FOTTUTISSIME ORE di centro commerciale. Giornatona..
Sequestriamo un taxista, alle 15 in punto torniamo all’officina e troviamo il meccanico Simon che pur non avendo la chiave della moto stava già iniziando a smontarla. Grande!
Scopro che la saracinesca in mezzo ai motorini era quella della piccola officina (e quando dico piccola intendo che per farci entrare la moto ho dovuto smontare le valigie) e che nonostante le dimensioni è completa di tutto, pure di qualche accessorio in vendita. Ed è ufficiale KTM, con tanto di computer per la diagnostica.
In meno di un’ora, chiacchiere incluse, il problema è risolto e dopo aver pagato una cifra irrisoria ripartiamo sorridenti, in direzione Varaždin, cercando di fare il giro largo e passare dalla strada dei vigneti per goderci curve e paesaggi.
Certo, come no.
Dopo trenta chilometri, in mezzo ad un verdissimo paesaggio bucolico e in piena accelerazione la moto si ammutolisce completamente con la lancetta del contagiri bloccata sui 5000.
Non c’è corrente. Zero.
Tiro la frizione, accosto in un campo e penso che una cosa del genere può derivare da poche cose.
Controllo la batteria, i morsetti della batteria, il fusibile principale.
Appena tocco il connettore che va al portafusibile, la corrente ricompare. Magia!
Il giorno prima avevo staccato un po’ di connettori, penso “evidentemente l’avevo reinserito male”.
Chiudo il paracoppa e ripartiamo tranquilli.
-(illusi)-
Arriviamo a Varaždin abbastanza cotti, perdiamo mezz’ora abbondante per capire dov’è esattamente e come entrare nel palazzo dove si trova il nostro appartamento, e usciamo tardissimo ignorando la moltitudine di bar pieni di gente che si trova sotto il nostro palazzo per puntare dritti verso un posto dove cenare..
Ci rifocilliamo a dovere, andiamo a vedere il castello, gironzoliamo un po’ per il centro e abdichiamo. E’ stata una lunga giornata..
Il mattino seguente ci dirigiamo verso Karlovac, cittadina ricca di storia e molto segnata dal conflitto del 1992, i cui segni permangono tuttora ben visibili nel suo centro storico rinascimentale caratterizzato dalla forma di una stella a sei punte (e da innumerevoli cantieri).
Apprendiamo con mestizia di essere in “leggero” ritardo per il festival della birra, della durata di dieci giorni, che si tiene nella cittadina tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, facciamo un po’ di shopping (devo sostituire le mie gloriose Teva, decennali compagne di quasi tutti i viaggi in moto estivi) e decidiamo di fare spesa per cenare in tutta comodità nell’appartamento che ci ospita, senza dubbio il più bello incontrato nella nostra vacanza 🙂

Al risveglio troviamo ad accoglierci un cielo plumbeo e una pioggerella fine.
Per fortuna abbiamo la moto al coperto, così ci possiamo vestire con calma e partire per fare tappa subito fuori città al Castello di Dubovac, una fortezza medievale che sovrasta la città dalla cima di una collina da cui si può godere di un suggestivo panorama, dicono.
Ovviamente noi possiamo solo immaginarlo per via della nebbia.
Vabbè, ci abbiamo provato.
Ripartiamo in direzione sud, il programma prevede di scendere verso i laghi di Plitvice, andare alla base aerea di Zeljiava e da lì dirigerci ad Otocac, posto scelto più o meno a caso sulla cartina, dove passeremo la notte.
Ma chiaramente la carta pescata dal mazzo degli imprevisti è sempre lì in agguato..

(continua)
Mentre aspettate che scriva il resto, potete guardare le foto.. 🙂
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Finding Molise :)

Ebbene si, ogni tanto si va anche in giro in moto e si scrive qualcosa 🙂
Dopo che il tour programmato lo scorso anno è saltato per cause di forza maggiore, all’inizio del 2019 ho iniziato a controllare il calendario per vedere di accaparrarmi uno dei primi “ponti” disponibili.
Quando ho visto che con soli 3 giorni di ferie (chieste a febbraio, per farvi capire come stavo messo) sarei riuscito ad unire il periodo 25 Aprile-I Maggio, ho immediatamente iniziato a sbirciare la cartina per trovare una meta.
Dopo aver valutato un po’ di opzioni e aver buttato lì la destinazione anche un po’ per gioco, abbiamo deciso di arrivare fino in Molise, “per controllare se esiste”, come recita la famosa battuta che smette di far ridere dopo la seconda volta che la senti (e già una me la sono giocata).. 🙂
La novità è che Teresa ha voluto smettere i panni della zavorrina per venire con la sua Alpetta, una moto tuttofare ma certo non adattissima a percorrenze chilometriche esagerate, cosa che ci ha fatto ridimensionare un po’ le tappe giornaliere senza tuttavia farci perdere molto in termini di piacere.. il viaggetto ce lo siamo goduti alla grande 🙂
E così siamo transitati da Rieti, dai laghi del Turano e del Salto, abbiamo attraversato il parco d’Abruzzo (senza avvistare orsi, nonostante i cartelli), il parco del Matese in Campania (una bella scoperta!) per poi approdare in Molise, passare da Civitanova del Sannio (paese di Antonio Cardarelli), da Pietrabbondante, da Capracotta, attraversare l’Abetaia di Pescopennataro e risalire a Sulmona, attirati dai confetti (ottimi, devo ammettere).
Non potevamo farci mancare, nonostante le previsioni meteo discutibili, una capatina al ristoro del Mucciante per fare una scorpacciata di Arrosticini e bistecchine di pecora, per poi ripartire sotto la neve, transitare in mezzo alla nebbia e arrivare a L’Aquila (che coraggiosamente piano piano risorge) sotto una pioggia battente.
Un bel pranzo nel cuore ferito di Amatrice ci ha accompagnato all’ultima tappa prima del rientro, Spello, uno dei borghi più belli d’Italia.
Un bel giro, ad andatura rilassata su strade spesso secondarie e poco transitate, con l’Alpetta che se l’è cavata alla grande e Teresa con il sorriso perenne per il suo primo, vero viaggio di una certa consistenza.

Piccoli flashback:

Rieti (Lazio)
Il pernotto a palazzo Palmegiani in una dimora “da sogno” (come direbbe il Flavio nazionale), la birra sorseggiata affacciati sul fiume Velino osservando le anatre tra i resti del ponte Romano, la pessima cena in un posto che ricordava una lavanderia piena di panni sporchi.

Castel di Tora (Lazio)
Il pranzo al bar Dea gestito da una folkloristica signora che ci ha riempito di cibo come una nonna, chiamava il marito cuoco “Freddie Mercury” (vagamente ci assomigliava, ma solo per i baffoni) e gli avventori indistintamente “pellegrini”.

Pescasseroli (Abruzzo)
La meravigliosa strada con i cartelli che indicano la presenza degli Orsi (ma sul serio?).
L’alloggio in un vecchio Hotel (molto vecchio) dove lavora un ragazzetto logorroico della provincia di Isernia dagli occhi chiari e la carnagione molto pallida, il centro storico animato di gente, i negozietti e lo shopping, per cena la zuppa di legumi al pub.

Lago del Matese (Campania)
Ritrovarsi per caso sulle sponde del lago carsico più alto d’Italia a guardare i cavalli pascolare liberi.

Civitanova del Sannio (Molise)
Arrivare intorno alle 14:20 in un paese totalmente deserto e riuscire a stirarsi il tendine del dito medio per registrare la catena della moto.
Socializzare con l’anziana farmacista che ci ha raccontato la storia di Leone, il cane mascotte del paese, stravaccato sull’ingresso.
Cenare in una piccola trattoria senza clienti come se l’avessimo prenotata tutta per noi.

Pietrabbondante (Molise)
I resti del teatro sannitico con la splendida vista sulla valle del Trigno.

Sulmona (Abruzzo)
Le moto parcheggiate brutalmente nell’atrio dell’antico palazzo in corso Ovidio in barba alle ZTL, i festeggiamenti del patrono San Panfilo osservati sorseggiando birra in un bar del centro, il senso di smarrimento nel negozio di confetti (e liquori).

Ristoro Mucciante (Abruzzo)
Il banco della macelleria che ti accoglie all’ingresso, l’ordinata anarchia degli avventori intorno alle braci, i racconti scambiati davanti ai piatti ricolmi di arrosticini.
Separarsi dal ritrovo caldo ed accogliente per rimettersi il casco ed infilarsi in mezzo alla neve ed alla nebbia.
L’Aquila (Abruzzo)
Il freddo, tanto.
Gli enormi palazzi chiusi in gabbie metalliche, la vita che scorre lenta ma presente nei locali del centro. Il caldo ed accogliente alloggio all’interno del palazzo Zuzi, con i termosifoni totalmente occupati dal nostro abbigliamento fradicio. La colazione improvvisata con pan carrè e zucchero.
La scoperta del bauletto dell’alpetta invaso dall’olio motore (portato per il rabbocco) e la successiva pulizia con prodotti di fortuna e spray a caso.
Spello (Umbria)
Raggiungere l’alloggio (modesto, molto modesto) passando dalle ripide e scivolose stradine lastricate di pietra del centro (grazie navigatore infame!). Scegliere accuratamente per cena un posto apparentemente innocuo e farsi spennare come turisti americani qualsiasi.
Il bel gattone tigrato che è venuto in cerca di coccole prima della partenza…
-“e questo bel gatto come si chiama?”
-“…gatto!”

-Qui- trovate le foto del giretto scattate da me, -Qui- invece quelle di Teresa 🙂

giro_molise

Life goes on..

Eccomi qua, ci sono ancora.
E’ trascorso un sacco di tempo dall’ultima volta che ho scritto qualcosa, ed avrei voluto tornare a riempire queste righe con il resoconto e le immagini di un bel viaggio, come quello che avevamo pianificato e che avrebbe dovuto portarci in Romania.
Come avrete intuito dalle righe sopra, il viaggio non è mai partito: purtroppo pochi giorni prima della partenza mio padre è venuto a mancare improvvisamente.
Un cazzotto in pieno viso, senza girarci intorno.
E il viaggio saltato è stato per un po’ l’ultimo dei miei pensieri, ad essere sincero.
Ma poi, necessariamente e giustamente, la vita ricomincia a (s)correre, piano piano si guarda di nuovo avanti, e il pensiero inevitabilmente va alle cose che ci fanno stare bene.
Questo comporta anche il trovarsi a dover prendere qualche decisione a proposito del mezzo motorizzato.
Come molti sapranno, l’indicatore dei chilometri percorsi nella strumentazione della mia fida Adventure 990 viaggia ormai spedito verso quota 140.000.
Al momento senza grossi problemi, ma il pensiero che prima o poi qualche rogna sostanziosa arrivi c’è, inutile negarlo.
E così inizi a guardarti intorno e lo sguardo va a quella che, per me, al momento sarebbe l’unica alternativa possibile, ovvero la KTM Adventure 1090R.
Stesso peso della mia 990R, sospensioni più adatte all’offroad rispetto alla vecchia 1190, elettronica presente ma non troppo invasiva (per capirsi, niente sospensioni autoregolanti, tappi della benzina elettrici e ammennicoli vari) ed ormai ben collaudata, consumi minori (non che ci voglia molto, purtroppo 😀 )..
Insomma, decisamente una valida sostituta.
Devo dire che ci ho provato, non mi nascondo.
Ma al momento di chiudere il cerchio, è partito l’inevitabile derby fra la parte razionale e quella emotiva del mio cervello.
La parte razionale aveva un sacco di assi da giocare, fra cui un motore decisamente più performante, il minore consumo e la maggiore autonomia (vero tallone d’achille della 990), e il fatto che probabilmente per altri dieci anni la 1090 mi avrebbe accompagnato in giro per il mondo senza grossi problemi.
La parte emotiva, silente fino a quel punto, ha però sferrato un contropiede letale a tempo quasi scaduto.
Ovvero il fatto che si, la 1090R è una grandissima moto, ma alla fine non mi fa battere forte il cuore.
Sembra una considerazione banale, ma se metto accanto le due moto, la mia 990 mi emoziona solo a guardarla, mi fa “sangue”, l’altra mi piace ma niente più.
E alla fine, investire una barca di soldi in un mezzo che ti lascia piuttosto freddo non sarebbe una buona idea.
Mettiamo anche nel conto il fatto che ormai con la mia Adventure ho un rapporto quasi simbiotico, me la sono cucita addosso, la conosco al punto che potrei smontarla tutta in mezzo alla strada e per quanto ami trattarla bene ormai non mi faccio grossi problemi se mi cade in un bosco mentre faccio il cretino.
Beh, la partita l’ha vinta la parte emotiva.
La 990R resta con me, le farò un po’ di coccole, le regalerò un po’ di accessori (fra cui una sella più comoda, che in realtà è un regalo al sottoscritto 😀 ), le sistemo qualche inevitabile segno lasciato dallo scorrere dei chilometri, e me la godo ancora sperando che mi ricambi la fiducia.. 🙂

990R_sunset

…voi ce la fareste a lasciare una così? 😉

Sardegna: la rivincita :)

Inutile girarci intorno, con la Sardegna era rimasto un conto in sospeso.
Lo scorso anno, quando siamo arrivati al casello di Livorno per andare a prendere il traghetto la moto ci ha giocato un brutto scherzo, perdendo la folle e la prima marcia, giusto un paio d’ore prima della partenza.
Partenza che, alla fine e giocoforza, abbiamo dovuto posticipare al giorno successivo, ma in macchina.
Certo, la vacanza l’abbiamo fatta lo stesso, ma ogni volta che c’era da spostarsi entravo in modalità “Germano Mosconi” (se non sapete chi è cercatelo su youtube, ma tenetevi alla larga se siete ferventi cattolici) e da buon toscanaccio proferivo bestemmie tonanti, al ritmo di un paio ogni tre curve. Circa.
Alla fine il danno alla moto si è rivelato una cavolata, ma ormai la frittata era fatta.
Per tutta la vacanza mi sono sentito come se mancasse un pezzo di me. Essere lì, in mezzo a quelle curve, a quei panorami, in macchina, mi faceva sentire in gabbia.
Questa “ferita” andava sanata prima possibile.
L’occasione si è presentata quando, guardando il calendario, mi sono reso conto che con 3 giorni di ferie sarei riuscito ad attaccare insieme il 25 Aprile e il primo Maggio.
E così siamo riusciti a goderci, finalmente, un migliaio di chilometri di meravigliose strade, di gran curve, di “scorciatoie creative”, di paesaggi mozzafiato e di tutto quello che la splendida isola può offrire.
La sera del 25 ci siamo goduti la bellissima atmosfera del Bosa Beer Fest, che per tre giorni ha “invaso” le due sponde del fiume Temo con decine di birre sarde e non (quest’anno c’erano 21 birrifici, compreso uno spagnolo!), il migliore street food della sardegna, tanta allegria e tanta musica.
Il 26 ci siamo spostati poco lontano, a Fordongianus, noto per le antiche terme romane situate sulla sponda sinistra del Tirso, dove è possibile trovare anche le sorgenti di acqua calda che si immettono nel fiume. L’acqua in questione sgorga alla temperatura costante di 56 gradi centigradi per tutto l’anno. Fidatevi, la temperatura citata è reale, e immergere il piede (come ho fatto io, ndr) in una delle pozze colme d’acqua appena sgorgata non è per niente una buona idea 🙂
Meglio trovare un punto più fresco, dove la sorgente si mescola al fiume, o approfittare delle terme 🙂
Il paese è conosciuto anche per le cave di trachite (rossa, verde e grigia), una roccia di origine vulcanica molto usata per le costruzioni (ha un ottima resistenza meccanica e una notevole durezza, pur mantenendo una buona lavorabilità).
La trachite viene utilizzata anche per scolpire le statue (alcune visibili in giro per il paese) che vengono realizzate durante il simposio internazionale di scultura su pietra, che da quasi trent’anni si svolge nel paese.
Tappa successiva, dopo aver tentato (quel giorno c’erano solo visite su appuntamento) di visitare il nuraghe Nuraddeo, uno dei meglio conservati della Sardegna, Ulassai.
Situato nel cuore dell’Ogliastra, è circondato dai caratteristici massicci rocciosi di origine calcarea denominati “tacchi”.
Qui è nata e vissuta l’artista Maria Lai, le cui opere si possono ammirare sia in giro nelle strade che alla “Stazione dell’arte”.
Nei dintorni di Ulassai ci sono un sacco di cose da vedere, noi abbiamo visitato la maestosa grotta di Su Marmuri, fatto un bel po’ di passaggi nei bei tornanti che conducono a Jerzu (paese ricco di vigneti e conosciuto per la produzione del Vino Cannonau), visto da vicino il paese abbandonato di Gairo Vecchia e tentato di vedere le cascate di Lequarci.
Perché “tentato”?
Perché come recita wikipedia “Sono osservabili solo durante periodi di alta piovosità”, e di acqua in quella zona ne era caduta ben poca, purtroppo.
Siccome siamo persone sensibili e ci siamo rimasti malissimo, abbiamo pensato bene di consolarci, a cena, con della carne magnifica acquistata dal simpatico titolare della macelleria Barigau, se andate da quelle parti segnatevi il nome, e se non lo trovate in negozio affacciatevi sulla strada sottostante, probabilmente è lì a chiacchierare con gli amici 🙂
La tappa successiva è stata Tempio Pausania, la “città di pietra”, così soprannominata per il suo centro storico fatto di edifici e pavimentazioni in granito.
Purtroppo l’installazione di vele colorate ideata da Renzo Piano per abbellire piazza Faber era in manutenzione, però prima di ripartire il mattino successivo siamo riusciti a visitare (allo Spazio Faber) una bella mostra fotografica con foto inedite di De André scattate dagli abitanti di Tempio, una mostra permanente di 16 pannelli con immagini che raffigurano la vita del cantautore in Sardegna.
E ci siamo concessi una visita alla minuscola chiesetta di campagna, qualche chilometro dopo la tenuta dell’Agnata, dove Fabrizio e Dori Ghezzi battezzarono la figlia, Luvi.
Ultima tappa del soggiorno in terra sarda, San Pantaleo, raggiunto dopo aver fatto una deviazione (molto creativa, sterrato compreso) verso la costa per vedere la roccia dell’elefante (pare strano, ma nonostante i tanti viaggi in Sardegna ancora non ero passato da lì) e pranzare sul mare a Castelsardo, grazie al salame, al formaggio e al pane regalati dalla gentilissima signora del B&B dove avevamo dormito a Tempio Pausania 🙂
San Pantaleo, una piccola perla incastonata tra i picchi di granito e la modaiola Costa Smeralda, un piccolo borgo di case basse, piccole botteghe artigianali e atelier artistici, in equilibrio fra relax e bella vita in fuga dalla costa che affolla la piazzetta (circondata da  locali dai prezzi piuttosto salati) per l’aperitivo e la cena.
Rientriamo in continente sereni e leggeri, consapevoli che il conto con l’isola è finalmente pareggiato.
Torneremo ancora, e ancora, a scoprire altri mille angoli di questa terra meravigliosa, ogni volta sempre nuova.
E quel vecchio conto in sospeso resterà un ricordo su cui ridere davanti ad una birra 🙂

Qui trovate le foto, nell’immagine sotto il percorso 🙂
Questo è il sito del Bosa Beer Fest, tanto per invogliarvi ad andarci 🙂
Più in basso, il lurido bastardo piccolo perno responsabile del problema al cambio..

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Lurido, piccolo perno infame..

“Testardo” (ovvero storie di valigie addomesticate)

Come raccontavo in questo post, in seguito ad un piccolo incidente ho dovuto ricomprare le mie amate valigie di alluminio.
Un po’ per risparmiare, un po’ perché volevo provare qualcosa di nuovo, ho pensato di restare “in Italia” ed acquistare una coppia di valigie Kappa K-Venture da 37 litri per montarle sul classico telaietto tipo Givi “PL”, quello in uso da anni per le valigie in plastica.
Il problema è che non tutto è andato precisamente nel verso giusto.
Premessa: le valigie in se sembrano veramente di ottima fattura, robuste, ben rifinite, dotate di ganci per la rete portaoggetti nella parte inferiore dei coperchi e con i coperchi stessi staccabili completamente all’occorrenza.
Dal punto di vista costruttivo direi che si sono rivelate decisamente all’altezza, se non migliori, di altri marchi ben più blasonati.
Il problema è arrivato quando le ho piazzate sulla moto.
La posizione sull’Adventure è risultata completamente sbagliata.
Mi sono trovato con le valigie collocate in posizione molto avanzata e a ridosso della pedana passeggero, con pochissimo spazio per le gambe dello stesso, e tanto (troppo) inclinate in avanti.
Belle da vedere, molto aggressive, ma con un piccolissimo effetto collaterale: per via dell’eccessiva inclinazione lo spigolo posteriore delle borse eccede il livello del portapacchi, rendendo completamente impossibile l’utilizzo di una sacca a rotolo di grosse dimensioni (come quella che uso di solito per l’equipaggiamento da camping, 50 o 60 litri) collocata sul portapacchi.
E non si tratta di pochi centimetri, recuperabili con degli spessori: i centimetri di dislivello alla fine del montaggio sono ben sette!
La foto rende piuttosto bene l’idea.

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“dai, sempre a lamentarti.. se la borsa la metti in verticale alla fine ci sta!”

I nuovi telaietti a sgancio rapido forse non avrebbero presentato il problema, ma ovviamente non vengono prodotti per la Adventure 950/990.
Il surreale dialogo avuto con lo staff Kappa sulla pagina Facebook (che potete ammirare negli screenshot sotto) non ha dato alcun esito (se non quello di tenermi alla larga dai loro prodotti per i prossimi acquisti, con tutta probabilità).

Ma siccome “io sò testardo”, come recitava nel lontano 2000 un ispiratissimo Daniele Silvestri, mi sono deciso a sistemare la cosa.
Fedele al motto “chi fa da sé fa per tre”, ho inziato a pensare a come modificare i telaietti.
Dopo aver formulato varie ipotesi e razionalizzato il fatto che l’impresa si presentava disperata, almeno con metodi e attrezzature “cantinare”, ha inziato a balenarmi in testa la malsana idea di resuscitare, sistemare ed adattare allo scopo i cari vecchi telai della SW-Motech.
Peccato che uno di questi fosse uscito decisamente maluccio dall’incidente e che , in aggiunta, l’adattatore fornito con le valigie per usare i telaietti givi tipo PL non fosse  comunque utilizzabile senza modifiche (l’adattatore in questione funziona per tutte le valigie Givi/kappa con attacco monokey tranne queste e le Givi Trekker Dolomiti, per la cronaca).
Ma siccome non sono un tipo che si arrende facilmente, ho deciso di provarci comunque.
La modifica che avevo in mente era abbastanza invasiva, ma essendo i telaietti destinati alla discarica, non mi son fatto troppi problemi.
Tanto per cominciare ho raddrizzato e fatto combaciare di nuovo tutti gli attacchi rapidi con le predisposizioni da montare sulla moto (ovvero le staffe sulle pedane passeggero, sui fianchetti, sotto al portapacchi e il passante dietro alla targa), operazione compiuta con sapienti colpi di mazzetta, la presa delicata di una morsa e la precisione di un giratubi più simile ad un’arma che ad uno strumento di lavoro..
Una volta rimesso il tutto in posizione (si, insomma, più o meno), ho risaldato tutto quello che si era strappato o crepato in seguito all’urto. Sono un pessimo saldatore, quindi l’operazione ha richiesto tanta pazienza e svariate bestemmie, ma alla fine in qualche modo ce l’ho fatta. Risultato non perfetto dal punto di vista estetico, ma perfettamente funzionale, quindi missione compiuta.
Almeno la parte facile.
La parte difficile è arrivata quando è giunto il momento di far stare le valigie attaccate  ai telai.
La piastra adattatrice andava spostata leggermente in alto, e fin qui nessun problema particolare, solo due fori da fare esattamente sopra a quelli predisposti sui telai (che, ricordo, possono ospitare valigie di varie marche tramite piccoli adattatori) per le Givi.
Ma la piastrina in questione ha bisogno di spazio vuoto nella parte posteriore, per fare spazio alle sedi per le viti dello sgancio rapido.
Ci ho riflettuto un po’, dopodiché ho preso la decisione drastica, ovvero una fresa da 25mm per praticare due asole in corrispondenza delle suddette sedi.
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Pochi minuti di paura, ma alla fine il test è andato benissimo: la valigia montava perfettamente! (la folla rumoreggia stupita). 😀

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Sicuramente la struttura si è leggermente indebolita, ma quella piastrina comunque serve solo per tenere la borsa in posizione (il peso è scaricato sui perni e sulla barra nella parte inferiore), e comunque mi sono ripromesso di rinforzarla saldando una piccola traversina dalla parte opposta.
Una verniciata per rendere di nuovo presentabili i telai, et voila.
Finalmente le valigie sono tornate in una posizione normale, ed in più ho di nuovo i telaietti smontabili da poter rimuovere quando non servono.

E’ stata dura, ma alla fine ho vinto io.
Per l’appunto, “so’ testardo”.. 🙂
Ah, la canzone è questa 😉

Il GPS? Fattelo amico!

Lo ammetto, la mia passione per questo simpatico strumento ha origini lontane, da quando ancora gli apparecchi per la navigazione come li conosciamo oggi non esistevano e bisognava arrangiarsi.
Come?
Per esempio con ricevitori satellitari esterni collegati a computer palmari tramite cavi seriali autocostruiti  e software improbabili e assai limitati (anche per quanto riguarda la copertura cartografica).
Ma era bello sentirsi un po’ pionieri, lo ammetto 🙂
Adesso questi strumenti sono veramente alla portata di tutti ma non sono molte le persone che riescono a sfruttarli come si deve, e in molti non ci si avvicinano un po’ per colpa  dei pregiudizi (tipo “il GPS non serve a nulla, meglio la cartina”), un po’ per la  paura di non riuscire ad usarli.
Qualche tempo fa un mio amico, anche lui appassionato come me, decise di mettere a frutto le sue conoscenze ed organizzò un corso per principianti, che piacque molto.
Visto che da ieri ha messo a disposizione di tutti la dispensa usata per il corso, vi segnalo il post in questione su Moto-Explorer (così vi fate anche un giro sul suo sito, molto interessante) da dove potrete scaricarla in formato PDF.
Forza, correte! ^_^

Qui trovate il sito di Stefano, qui il link diretto per l’articolo.

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..ehm.. forse la situazione è un po’ sfuggita di mano..